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I sentimenti del maiale – Critica

Incontro nella neve fra Majakovskij, Pavese e un maiale

Enrico Fiore su Controscena.net,  28 agosto 2020

 

Non so se Licia Lanera ci abbia pensato, ma questo suo nuovo spettacolo – «I sentimenti del maiale», presentato in coproduzione con Teatro Piemonte Europa e Festival delle Colline Torinesi al Carignano, nell’ambito della rassegna «Summer Plays» organizzata dallo Stabile di Torino – non poteva debuttare che per l’appunto a Torino.

Si tratta del capitolo conclusivo della trilogia sul tema del disagio «Guarda come nevica», ispirato a Majakovskij e preceduto nel 2018 da «Cuore di cane» e nel 2019 da «Il gabbiano», riferiti, naturalmente, a Bulgakov e a Cechov. E siccome il testo della Lanera si apre con la citazione dell’ultima lettera scritta da Majakovskij, in cui, fra l’altro, si dice: «Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. […] Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi», a me è subito tornato in mente che proprio a Torino ci fu un suicidio famoso molto simile.

Nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’albergo Roma, a pochi passi dalla stazione di Porta Nuova, Cesare Pavese si uccise ingerendo più di dieci bustine di sonnifero. Sulla prima pagina dei «Dialoghi con Leucò», che teneva sul comodino, scrisse: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

Qualche anno fa, trovandomi a Torino per vedere non ricordo quale spettacolo, capitai giusto in quella stanza. Non me lo dissero, all’arrivo, per il timore d’impressionarmi. Me lo dissero solo al momento della partenza. E adesso, per giunta, dei tre giorni in cui «I sentimenti del maiale» è stato dato al Carignano, il 25, il 26 e il 27 agosto, io ho scelto, per vederlo, l’ultimo, il 27. Non ci avevo pensato, ma dopo mi sono accorto di aver scelto di vedere «I sentimenti del maiale» nello stesso giorno in cui settant’anni fa si uccise Pavese.

Ovviamente, non è solo per queste coincidenze d’ordine esterno che accosto Vladimir Majakovskij a Cesare Pavese. Ne «Il mestiere di vivere», il diario che Pavese tenne dal 1935 alla morte, c’è un insistito richiamo al suicidio inteso come ribellione, come unico mezzo per controllare una vita che si sente sfuggire di continuo nel non senso. E non v’è dubbio che il suicidio di Majakovskij ebbe motivazioni identiche.

Ecco, allora, che – ne «I sentimenti del maiale» – c’imbattiamo in due attori, la stessa Licia Lanera e Danilo Giuva, che, chiusi in una stanza invasa dalla neve, leggono, parlano, giocano, bisticciano, recitano: in pratica, fanno le prove di uno spettacolo che, si capisce, non avrà mai luogo; o, forse, fanno semplicemente le prove del loro suicidio. E certo, si avverte, in un simile plot, l’eco della situazione di prigionia e di paralisi determinata dal coronavirus. Ma poi – a costituire, oltre la contingenza, la giustificazione «filosofica» e il valore poetico del testo – s’impongono l’acuta strategia drammaturgica e la straordinaria e coinvolgente coerenza interna con cui lo stesso invera quello ch’è il concetto-chiave della lettera di Majakovskij citata in apertura: «La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano».

Lo spettacolo si nutre, dunque, dell’accoppiata che fonde un ossimoro feroce e uno scontro simbolico all’ultimo sangue. Vedi, tanto per chiarirci immediatamente, la sequenza – non a caso collocata in posizione fortemente icastica, all’inizio – che comprende nell’ordine la descrizione minuta dell’uccisione del maiale (è anche una festa, un rituale familiare) da parte di Danilo e la constatazione sconsolata di Licia: «Le 11,30, fuori è aprile e io sono chiusa qui. E tutta questa neve mi sta seppellendo. Fuori esplode qualcosa di simile alla primavera, mentre qui dentro è tutto fermo. E freddo». Ed è superfluo precisare che il maiale – di cui, lo sappiamo, non si butta via niente – viene assunto come equivalente della vita.

Allo stesso modo, si mescolano strenuamente l’«alto» e il «basso»: tanto per fare un esempio, alla citazione de «La ballata di Stroszek» di Herzog («il film più triste del mondo», lo definisce Licia) corrisponde l’elenco, in pari misura svagato e puntiglioso, delle varie marche di vodka; mentre, a dire della suaccennata coerenza interna del testo, basta considerare il parallelismo stabilito fra l’uccisione del maiale, appeso per le zampe posteriori, e la morte di Ian Curtis, il paroliere del gruppo Joy Division che si uccise impiccandosi a un vecchio stendibiancheria da parete. Quel Curtis che prima di morire vide, per l’appunto, «La ballata di Stroszek» di Werner Herzog. E che due mesi prima aveva già tentato il suicidio ingerendo dei barbiturici come Pavese.

Una salutare autoironia arriva, infine, a benedire il tutto. E valga, in proposito, il solo esempio del dialogo seguente: Licia: «Se mettessi in fila i miei ricordi, risulterebbero di gran lunga più straordinari di quelli di altre persone. Una straordinarietà di eventi, una vita burrascosa, spericolata…» – Danilo: «Ma vattenaffanculo!» – Licia: «Vuoi vedere che m’ammazzo? Lo vuoi vedere? Una volta alle elementari m’hanno spaccato la testa con una pietra in una rissa» – Danilo: «Sarà per questo che sei diventata artista».

Si comprende, dunque, che lo spettacolo in cui tutto questo si traduce risulta – giusto l’ossimoro di cui sopra – disperato ed ilare insieme. E Licia Lanera vi mette se stessa molto più di quanto avesse fatto nei due capitoli precedenti della trilogia e, in genere, negli altri allestimenti da lei firmati: perché, stavolta, s’identifica perfettamente con il tema svolto la fisicità straripante che connota Licia: una fisicità particolarissima – e qui spinta fino a una virtuosistica esibizione vocale da rocker consumato – che sempre m’è parsa attraversata, nel fondo, da un brivido di pena.

Preciso, poi, è Danilo Giuva nel ruolo di «spalla» o, meglio, di «doppio» e di coscienza critica. E decisiva, infine, è la prova fornita dalla band composta da Dario Bissanti (chitarra e voce), Giorgio Cardone (batteria) e Nico Morde Crumor (basso). Ripropongono, è ovvio, brani dei Joy Division e, soprattutto, «Lithium» dei Nirvana, il cui testo, come sappiamo, fu scritto dal frontman del gruppo, quel Kurt Cobain che morì anche lui suicida.

Già: «Mi piace. Non sto per cedere. / Mi manchi. Non sto per cedere. / Ti amo. Non sto per cedere. / Ti ho ucciso. Non sto per cedere». Un testo che sembra proprio una fotografia di questo spettacolo: poiché lo stillicidio di «Non sto per cedere» comunica esattamente la volontà di vivere accoppiata con la sensazione di non poter più vivere. Ed è oltremodo significante che la band esegua «Lithium» sotto specie di un bis, facendone, così, la sigla dello spettacolo.

 


I sentimenti, umanissimi, del maiale

Andrea Pocosgnich, TeatroeCritica, 31 Agosto 2020

 

I sentimenti del maiale, scritto e diretto da Licia Lanera, è andato in scena nel programma del Festival delle Colline Torinesi al Teatro Carignano di Torino. 

Lo spettacolo con cui Licia Lanera chiude Guarda come nevica, la trilogia sulla Russia novecentesca, è la riflessione di una donna che cresce e che ha una maledetta paura di invecchiare. Siamo indotti a misurare la nostra maturazione con lo spietato bisogno di lasciare una traccia, di moltiplicare noi stessi attraverso la creazione. Kurt Cobain, Ian Curtis, Vladimir Vladimirovič Majakovskij: la fortuna di morire giovani non è tanto (o non solo) quella di sparire all’apice del vigore artistico e dunque imprimere quell’immagine di enfant prodige stroncati dal destino, ma soprattutto – afferma Lanera in uno dei momenti più cinici e intelligenti, rovesciando lo stereotipo comune in cui si piange la mancanza di nuove opere e pensieri dell’artista morto prematuramente – la fortuna è proprio nel non dover dimostrare più niente, nel non dover dimostrare tutta la vita di essere l’artista in grado di affondare nel presente con le proprie idee. Meglio sparire prima, prima di imborghesirsi, anche perché poi il contraltare quotidiano di quel romanticismo da cartolina è il rapporto col sistema teatrale, stigmatizzato con l’immagine dell’F24, il famigerato modulo delle tasse.

«Ti dico la verità, certe volte provo un senso di invidia così forte per le ventenni che gli strapperei la carne di dosso»: la paura di invecchiare all’interno  de I sentimenti del maiale, però, si mostra anche nello sguardo sulla giovinezza. L’attrice e autrice gioca questi momenti con un segno recitativo che cerca e trova la sincerità: è una questione di carne e sangue, è un sentore animalesco. E d’altronde qualcosa era già avvenuto in Cuore di cane, nel recupero di un certo piacere per il gioco teatrale, quello della maschera e dei dialetti, che non teme di far interagire l’alto con il basso, l’altissimo con il triviale. Chi conosce il lavoro precedente dell’artista barese, quello confezionato con le drammaturgie di Riccardo Spagnulo ai tempi di Fibre Parallele, troverà nel finto, ma credibile, maiale appeso e nel monologo dedicato alla sua uccisione un rimando proprio a quel teatro terrigno e feroce, alla violenza di un Sud popolato di mostri. Ora però quel paesaggio può tornare rinnovato, per certi versi placato, mondato grazie alla ricerca sui classici russi, all’ironia fantastica di Bulgakov, alla perfezione orchestrale di Cechov, alla poesia carnale di Majakovskij.

Ma il maiale è finto. C’è un altro piano, quello della rappresentazione appunto, nel quale i due attori – insieme a Lanera c’è un altrettanto puntuale ed efficacieDanilo Giuva– giocano ad essere sé stessi durante le prove dello spettacolo, dunque con un meccanismo metateatrale svelato sin da subito ma che, appunto, come la questione del confinamento, è solo un vestito all’interno del quale far germinare questioni più profonde del quotidiano. Lo spazio e il tempo asfittici del lockdown sono il brodo di coltura nel quale far crescere i mostri. Ed è centrale proprio il ruolo di Giuva, con la sua recitazione geometrica e apparentemente più fredda di quella di Lanera, in grado però poi di esplodere quando il suo ruolo di spalla catalizzatrice diventa di primo piano.

«Che cosa voglio dire? Come? Chi sono? Io. L’attore. Il personaggio. Ma che cosa ci voglio fare di questa arte? Esattamente. Voglio godere, certo, se non, che lo faccio a fare. Lo dovrò appagare questo bisogno della mia carne. Questo bisogno di stare al centro delle cose, al centro della vita degli altri. Ma devo trovare la forma». È la fotografia in movimento di un’artista stretta tra due poli, la necessità della ricerca e la corsa alla produzione. «Devi fare lo spettacolo, devi debuttare. Corri corri che hai da finire l’opera» le fa eco Giuva quasi incarnando la voce del sistema, l’ingranaggio metallico del Fus fatto di numeri, di recite e giornate di lavoro.

In questa strana stanza (di fronte alla solitudine delle poltrone rosse sfalsate del Carignano di Torino, per il Festival delle Colline Torinesi) in cui si intravedono tracce di storie apparse nello spazio come un gelido vento (l’abat jour di Cuore di cane, la neve del Gabbiano, le posizioni che ritornano di alcuni oggetti), c’è anche una rock band, suoneranno pezzi dei Joy Division e dei Nirvana. Lanera nel finale si fa strada nella melodia cavalcando il poema La nuvola in calzoni: è l’unico momento in cui Majakovskij entra in gioco direttamente, con un testo originale. L’amore, per quanto complesso, forse è l’unica certezza, unica salvazione; «è il cuore di tutte le cose». Ma noi di cosa abbiamo bisogno? Di un cuore di maiale da fare a fette in padella, come raccontato con precisione culinaria nel testo di Lanera, o di quel cuore umano e palpitante che il giovane poeta vorrebbe salvare con le carezze, dalle fiamme?

 


Majakovskij, primo dei giovani artisti suicidi del Novecento: su I sentimenti del maiale di Licia Lanera

Laura Bevione  su PAC – Paneacquaculture, 31 agosto 2020

 

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare». Un brivido percorre la schiena della vostra cronista teatrale e probabilmente non solo la sua. Quelle parole, pronunciate sul palco del Teatro Carignano di Torino, a meno di un chilometro di distanza dall’hotel Roma e due giorni prima del 27 agosto, riecheggiano un altro messaggio di addio, rievocano un altro spirito inquieto che scelse di non diventare vecchio. Certo fra Vladimir Majakovskij – sua la lettera d’addio succitata – e Cesare Pavese le differenze sono più che le affinità, eppure il suicido – il primo il 14 aprile 1930, a trentasei anni; il secondo il 27 agosto 1950 a quarantadue – li affratella, anime inquiete e irrimediabilmente infelici.

Un filo di insoddisfazione e irrequietezza che lega esistenze di artisti di epoche e latitudini diverse e che Licia Lanera sceglie di seguire nel terzo capitolo della sua trilogia Guarda come nevica, dedicata all’immaginario letterario-teatrale russo: Cuore di cane di Bulgakov, poi Il gabbiano di Cechov e, ora, I sentimenti del maiale, a partire appunto dall’opera di Vladimir Majakovskij.

La regista-attrice barese costruisce il proprio spettacolo – che ha inaugurato anche la 25esima edizione “diffusa” del Festival delle Colline Torinesi – quale una sorta di riflessione/brain storming citazionale sul tema “suicidio di un giovane artista”, riscontrando indiscutibili analogie fra la condotta esistenziale di Majakovskij – in certa misura un maudit, geniale e infantile, insofferente alle norme sociali e ipersensibile –, quella di due rockstar analogamente “maledette”, Kurt Cobain e, soprattutto, Ian Curtis, frontman dei Joy Division, ma pure la propria e quella del suo compagno di palcoscenico, Danilo Giuva.

Rinchiusi in un salotto – in scena ci sono un divano bianco, una lastra di neve ghiacciata che la primavera incipiente sta iniziando a sciogliere, ma anche un maiale di gommapiuma insanguinato appeso a testa in giù – Licia e Danilo discutono della propria vita e del proprio mestiere. Il tenore di vita superiore ai modesti compensi garantiti dalla professione; l’invidia per la soda freschezza delle ventenni e la parallela ansia causata dalla consapevolezza dello scivolare via della giovinezza; il suicidio quale unico atto efficace per tramutarsi da artista a “leggenda”…

Scambi di battute in libertà che rivelano autoironia e una certa saggezza conquistata dall’impetuosa attrice barese e che, nondimeno, funzionano essenzialmente quale cornice del vero nucleo, contenutistico ed emozionale, dello spettacolo, ossia l’indagine – sentimentale e non tanto freddamente scientifica – sulla genesi e sulla natura dell’impulso all’auto-annientamento.

I tre musicisti sul fondo del palcoscenico suonano una canzone dei Joy Division, introducendo così la vicenda di Ian Curtis: si racconta che, prima di suicidarsi, il cantante inglese avesse visto La ballata di Stroszeck di Werner Herzog, film incentrato sulla figura di Bruno, un emarginato, uomo buono e timido, ed ecco che Danilo e Licia reinventano sul palco una scena del film.

E, ancora, gli scritti e le poesie di Majakovskij: Licia indossa una camicia gialla, lo stesso colore di quella che il russo indossava al momento del suicidio; Danilo declama con struggente amarezza la ricetta per cucinare un delizioso cuore di maiale,  tenendone in mano uno sanguinante – «io e il mio cuore nemmeno una volta / fino a maggio siamo vissuti, / e nella vita passata / c’è soltanto il centesimo aprile».

Nella parte finale dello spettacolo, in un felice e vigoroso crescendo, Licia è al centro del palco e, assecondata dalla musica rock della band, recita o, meglio, incarna e riempie di sostanza furiosamente dolorosa i versi di Majakovskij che acquistano così potente e contemporanea necessità.

L’attrice rievoca sul palco un autore che si definiva «magnificamente malato», riuscendo tanto a restituirne la grandezza poetica quanto a interpretarlo criticamente, additando implicitamente quel melodrammatico infantilismo che è sovente l’altra faccia della genialità.

 


 

I sentimenti del maiale e il cuore del poeta per Licia Lanera

Silvia Ferrannini su Krapp’s Last Post, 4 settembre 2020

 

Se l’epidemia ha certamente ostacolato il mondo delle arti, queste riescono comunque a trovare il loro spazio di resistenza.

Il cartellone estivo del Teatro Stabile di Torino presenta così anche prime assolute, e fra queste spicca il nuovo lavoro della regista, interprete e attrice barese Licia Lanera (premio Landieri nel 2011 come miglior attrice italiana giovane, premio Eleonora Duse, premio Virginia Reiter e Ubu come migliore attrice italiana under 35 nel 2014).

Si tratta di “Guarda come nevica 3. I sentimenti del maiale”, ed è il primo degli undici spettacoli dal vivo che compongono il cartellone del 25° Festival delle Colline Torinesi – diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla – che per questa edizione si svolgerà in maniera prolungata fino alla primavera del 2021.

“I sentimenti del maiale” è l’ultimo capitolo della trilogia ideata dalla Compagnia Licia Lanera “Guarda come nevica”, che ha cominciato il suo percorso nel 2018 con “Cuore di cane” di Michail Bulgakov, proseguendo poi nel 2019 con “Il Gabbiano” di Anton Cechov. Dopo aver affrontato il romanzo e la drammaturgia ora si passa quindi alla poesia, per l’esattezza quella di Vladimir Majakovskij.

Ne “I sentimenti del maiale” Licia Lanera, Danilo Giuva e una rock band animano «un ironico simposio sul tema del suicidio, dell’arte e dell’isolamento. È aprile, fuori esplode la primavera, ma i due sono chiusi in una stanza a leggere, a parlare, a giocare a recitare. A fare le prove. Di uno spettacolo o del loro suicidio».

Lanera sa bene come raccontare la provocazione nell’arte e dell’arte: pare questo un esercizio di linguaggio che l’artista coltiva e cura da tempo – si veda “Blue Bird Bukowski” diretto nel 2014, “Orgia” di Pasolini e “The Black’s Tales Tour” con il progetto passato firmato da Fibre Parallele.

Senza paura di esplorare i terreni del volgare e del perturbante (e la letteratura russa si presta sempre bene in tal senso), ne “I sentimenti del maiale” la Lanera interroga i componimenti di Majakovskij e la musica dei Joy Division, traendone un dialogo irriverente con Giuva che sfocia poi in un solo concerto di fortissimo impatto, com’è caratteristico del modus della regista.

Il palco diventa subito officina di creazione e domande, dotata di pochi indispensabili attrezzi: intorno agli interpreti solo un divano, una scatola con qualche costume e oggetto di scena, un maiale appeso che gronda di sangue ma il cui cuore sembra ancora battere lì, fra le loro mani e davanti a noi.

Fin dalle prime battute è chiaro che il terzo capitolo di “Guarda come nevica” si profila come discorso intorno all’artista maledetto e alla sua capacità abrasiva, al suo ruolo di profanatore di tutte le convenzioni e di poeta del tumulto interiore. Ma allora chi è il maiale?

Il maiale è il reietto, l’incompreso, il rozzo. È una creatura derisa e caricaturale, eppure è anche la più vicina alla terra e ai suoi istinti, è al contempo intelligenza e materiale da macello – forse per questo un essere davvero moderno, tra lumi e impulsi?

Il quesito è lì, tra lo strato di neve che attecchisce sulla scena e il sangue dell’animale che cola. Ciò che accade nel corso della messinscena è un tentativo di dissertazione sul moderno, con il suo fragile cinismo e la sua fascinazione per la morte.

Lanera recupera la spavalderia spesso istrionica di Majakovskij (perciò indossa la camicia gialla che il poeta vestì il suo ultimo giorno) e ne fa narrazione drammatica che culmina in un lungo monologo un po’ urlo, un po’ vellutata effusione, un po’ risata amara, un po’ grugnito.
Nel corso dello spettacolo la regista dedica pensieri e versi liberi all’artista che cercò la morte (ecco perché vi si affianca Ian Curtis dei Joy Division) e, ben poco indirettamente, contro «l’infame buonsenso» di chi trova insensata la lirica disperazione di Majakovskij e di chi, come lui, crea per sopravvivere.

«Muoio, non accusate nessuno e, per favore, non fate pettegolezzi. Il defunto li detestava» scriveva crudamente Vladimir nelle sue ultime righe. L’indignazione del singolo riverbera in un noi che non è solo una platea di uditori o lettori, ma anche (e soprattutto) una collettività di anime che cerca poesia in secoli ciechi, feroci, asettici.

Così la Lanera celebra il maiale che sanguina parole, che gode in lunghi orgasmi, che è messo a testa in giù da una società sorda e falsa; celebra, in un’ultima istanza, il poeta che non aspira al plauso dei palchi, bensì all’intima corrispondenza con i moti del mondo.

Temi come la seduzione della morte, la sfida ai valori costituiti, la prepotenza dell’amore hanno sempre trovato larghissimo spazio nelle arti, tant’è che il pericolo di una scarsa originalità poteva essere dietro l’angolo; tuttavia il “profondo sentire” della Lanera, unitamente alla sua energia espressiva e alla sua lucente freschezza, sventa completamente il rischio. Mai pretenziosa, sempre genuina, questo è il suo rock, questo è ciò che si cela sotto la coltre di neve. E la regista pare così fare tesoro dell’ultima volontà del paroliere russo: «Voi che credete nelle rose/trasmettete di uomo in uomo/la mia/impeccabile descrizione della terra».

 


I sentimenti del maiale

Nicole Jallin su Cahiers des Arts, 26 Agosto 2020

L’ultimo capitolo della trilogia Guarda come nevica, firmata da Licia Lanera, debutta al Carignano di Torino, intorno all’opera ardente di Vladimir Majakovskij

Com’è rock Licia Lanera. Molto rock. Ve ne renderete conto andando a vedere, ancora stasera, mercoledì 25 agosto, e domani, al Teatro Carignano di Torino, I sentimenti del maiale, ovvero la tappa conclusiva della trilogia, scritta e diretta dall’artista barese, Guarda come nevica (cominciata due anni fa con Cuore di cane di Bulgakov e proseguita nel 2019 con Il Gabbiano di Cechov).
Il debutto in prima assoluta del terzo capitolo, che ha aperto il 25° Festival delle Colline Torinesi, presentato all’interno di SUMMER PLAYS. Sere d’estate al Teatro Carignano, si concentra sull’opera e sulla personalità anticonformista, frenetica e radicale di Vladimir Majakovskij. Dicevamo: Licia Lanera è rock. Sì, è rock ma non solo perché sul palco, dietro quel che resta di un soggiorno sommerso da una fitta coltre di neve – si vedono un divano, una lampada a stelo, un pouf contenitore e un maiale (finto) squartato e gocciolante -, ci mette una band che suona live a sua richiesta; o perché già la vediamo scatenarsi sulle note della chitarra, del basso e della batteria (dei bravi Dario Bissanti, Nico Morde Crumor e Giorgio Cardone), in quello che sembra un ultimo riscaldamento prima di cominciare lo spettacolo. È rock nell’approccio con l’indole complessa e ispiratrice di Majakovskij; nel modo diretto e rispettosamente sfacciato con cui riprende e trascina giù nel nostro presente, nella nostra realtà, l’impulso intellettuale ed emotivo – per niente sdolcinato – del poliedrico artista sovietico morto suicida nel 1930. Quel 14 aprile 1930, quando, con una pistolettata al cuore, Majakovskij si congedava dall’esistenza: “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno […] La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”. È rock nel rapporto diretto di complicità e contrasto, intesa e scontro con un apparentemente meno irrequieto Danilo Giuva, che con lei si spartisce la scena, e che, accanto al maiale penzolante, ci introduce alla tecnica “rituale” che precede il macello della bestia, ci spiega che il suino è un animale empatico, e ci racconta come cucinarne il cuore. Eccolo, il visibile lato macabro della morte, del dolore, dell’uccisione, della fine provocata o autoinflitta che si fa filo conduttore di tutto lo spettacolo, e che unisce cambi repentini di registro, ora ironici e drammatici, ora poetici e scurrili. E qui la regia e la scrittura di Licia Lanera portano in primo piano l’atto stesso della ricerca, della concezione, dello stravolgimento della finzione, dell’abitudine ricettiva della messinscena. Ci sono pirandelliane e acute incursioni metateatrali, con Licia artista in crisi creativa, e Danilo attore che freme per provare, per procedere con il proprio lavoro: entrambi bloccati in un attualissimo, infinito “lockdown” di aprile, che, sì, fuori porterà anche la primavera, ma qui dentro mantiene gelida la neve, il freddo, l’immobilità.

Una sorta di stallo, di limbo che stringe i due protagonisti in una morsa mentale prima ancora che fisica, dove la parola è paladina di aspettative, illusioni, impotenza, incubi. Paure anche banali, simpatiche quasi, che fanno sorridere se non addirittura ridere. Come la paura della vecchiaia, che si accompagna all’ansia di appartenere all’età adulta, che, oggi, in questa società, è ancora peggio. Perché non essere più under 35 significa in un certo senso non essere del tutto identificabili, collocabili: non più “giovani”, non ancora “anziani”, con il pieno carico d’incertezza – sociale, economica, professionale – che ne consegue.

Così Licia e Danilo, colleghi e amici, condividono aspirazioni, inquietudini e stravaganze reciproche; così noi siamo chiamati a testimoniare, a guardare da vicino, senza pregiudizio, i demoni personali che spingono l’essere umano alla fine, al buio, o all’eterna giovinezza: proprio com’è successo, tra gli altri, a Ian Curtis e Kurt Cobain.

Così l’opera di Majakovskij brucia, “la parola esplode nel discorso” e infiamma il pensiero, l’azione, il cuore. E infiamma anche la voce di Licia Lanera – il suo lavoro sulla vocalità è sempre, piacevolmente presente – che, in versione frontwoman, carica “l’urlo” della bellissima La nuvola in calzoni di un’urgenza terribile, incontenibile, perturbata, delicata: “Dite ai pompieri: sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze”.

Chiudo osservando che – come capita assai raramente, soprattutto di questi tempi – «I sentimenti del maiale» desta uno spettro d’echi amplissimo. Io ne ho sentito uno forte in un altro capitolo conclusivo di un’altra trilogia: quella noir di Jean-Claude Izzo, composta dai romanzi «Casino totale», «Chourmo» e «Solea». In «Solea» il protagonista, Fabio Montale, dice che «l’abitudine alla vita non è una vera ragione per vivere». E dal Montale di Izzo possiamo riandare al Caribaldi di Bernhard: per il quale, appunto, la vita è solo una stanca abitudine.

 


 

Un Majakovskij da camera in salsa rock

Alan Mauro Vai su Teatroonline.com, 26 Agosto 2020

 

Al Teatro Carignano di Torino ha debuttato martedì 25 agosto in prima assoluta Guarda come nevica 3. I SENTIMENTI DEL MAIALE, scritto e diretto da Licia Lanera e interpretato da Licia Lanera con Danilo Giuva. In scena con loro i musicisti Dario Bissanti (chitarra e voce), Giorgio Cardone (batteria), Nico Morde Crumor (basso). Lo spettacolo, coprodotto da Compagnia Licia Lanera, TPE – Teatro Piemonte Europa, Festival delle Colline Torinesi, sarà replicato al Carignano fino al 27 agosto, nell’ambito della rassegna SUMMER PLAYS. Sere d’estate al Teatro Carignano organizzata dal Teatro Stabile di Torino e da TPE – Teatro Piemonte Europa. Guarda come nevica 3. I SENTIMENTI DEL MAIALE è il primo degli undici spettacoli dal vivo che compongono il cartellone del 25° Festival delle Colline Torinesi – diretto da Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla – che quest’anno, a causa dell’epidemia, si svolgerà in una forma inedita con appuntamenti distribuiti lungo un anno, dal 25 agosto 2020 alla primavera 2021.

In scena un maiale squartato appeso come al macello, i musicisti già disposti a raggiera sul fondo, pronti a scandire le note del terzo tempo di Guarda come nevica il progetto della Compagnia di Licia Lanera che partendo dalle opere e dalla vita di Bulgakov, Cechov e Majakovskij intesse dal 2018 un dialogo profondo fra l’anima immortale di questi tre colossi della letteratura russa, e mondiale, e la contemporaneità. Un dialogo fertile che è iniziato nel 2018 dalle parole di Cuore di cane per approdare a Il Gabbiano fino a “I sentimenti del maiale”. Licia Lanera aveva iniziato a disegnare la messa in scena di questo ultimo capitolo della trilogia, immaginando un afflato poetico, un respiro aulico per chiudere il percorso, quando l’epidemia ha costretto il mondo al lockdown, all’isolamento forzato, all’inquietudine. E la situazione di incertezza e disagio ha sprofondato il mondo in una catastrofe sanitaria, sociale e umana, e ha messo in forte crisi un settore come quello teatrale che ha subito pesantissime conseguenze produttive ed economiche. Questa situazione non poteva non creare un riverbero immediato nell’opera, nell’anima dell’artista ed ha sfondato il percorso produttivo finendo dritto ad occupare un posto di primo piano nella drammaturgia e nell’impianto scenico. Un divano bianco, la neve già caduta sul palco, il maiale, la band, solo questo è rimasto nella tempesta della crisi che evoca scenari di morte, di apocalisse, di incertezza assoluta, mentre il maiale squartato penzola evocando l’imminenza di una fine annunciata, di una distruzione sociale e culturale che non risparmierà nessuno. Licia Lanera esprime il disagio che il periodo di chiusura, di isolamento ha provocato, denuncia il vuoto creativo, l’inquietudine nei rapporti umani, la paura e allo stesso tempo il fascino della morte, la seduzione del suicidio, che ha colto artisti che in giovane età purtroppo hanno deciso di togliersi la vita, consegnandosi in immortale giovinezza e perfezione ai posteri, ma lo fa sempre realizzando cortocircuiti comunicativi che risultano divertenti, tragicomici, veri in dialogo equilibrato e naturale con il bravo e versatile compagno di scena Danilo Giuva. Tempi comici, trovate sceniche, dialoghi serrati e quotidiani arrivano direttamente allo spettatore che si sente coinvolto e trascinato nell’opera grazie anche agli interventi musicali della potente rock band in scena. Il climax della messa in scena arriva però sul finale quando Licia Lanera, camicia gialla lucida e capelli blu verdi, prende in mano il microfono e impossessata dal demone dell’inquietudine di Majakovskij ci regala un’interpretazione magnifica di una delle poesie più belle del poeta russo, basculando fra stati di materia differenti dalla parola, al grugnito, al canto accompagnata da una perfetta cornice sonora rock sperimentale. Un finale di grandissimo impatto e di intensa tragicità che chiude con una forte spinta emotiva uno spettacolo autentico, sentito e profondamente attuale.

 


 

L’anima rock di Vladimir Majakowskij

(Roberto Canavesi, Teatroteatro.it, 27-08-2020)

 

Anticonformista, sfacciata, teatralmente parlando non da oggi una scheggia impazzita, Licia Lanera con Guarda come nevica 3. I sentimenti del maiale, performance teatral musicale ispirata a Vladimir Majakowskij, chiude la trilogia avviata nel 2018 con Cuore di cane e proseguita l’anno dopo con Il gabbiano.

Siamo ad aprile, in scena campeggiano un divano, bianco come la neve appena scesa mentre fuori si attende una metereologica primavera che contrasta con l’eterno inverno dell’animo, un maiale scuoiato appeso per le gambe ed una rock band di tre elementi pronta a dettare la colonna sonora con i ritmi rockettari targati Joy Division e Nirvana: in tutto questo ci si potrebbe chiedere come possa entrare Majakowskij, poeta e drammaturgo “maledetto” morto suicida a trentasette anni nel 1930. Ebbene la figura dello scrittore russo diventa da subito il pretesto per una più ampia riflessione a tutto campo su paure ed attese, su illusioni e sogni, che attraversano l’animo dei due protagonisti, un uomo e una donna rinchiusi in casa che Licia Lanera e Danilo Giuva declinano con i giusti toni nelle molteplici sfaccettature di artisti e persone comuni.

Le parole in apertura di Pier Vittorio Tondelli per la drammatica descrizione dell’uccisione del maiale, vero e proprio topos della cultura popolare mittleuropea, danno il via ad una serie di sequenze narrative in cui realtà e finzione si mescolano di continuo, moltiplicando il piano di percezione di uno spettatore posto di fronte ora alle prove di una piéce teatrale, ora testimone di un umanissimo sfogo su quel terrore di invecchiare che atrofizza capacità intellettuali ed istinti creativi: nel continuo entrare ed uscire metateatrale, gioco di rimandi che l’interessante scrittura e regia della Lanera rendono in maniera rapsodica, trovano spazio inserti della scrittura di Majakowskij, eclettico e tormentato artista capace di indugiare persino nell’atto estremo della morte scegliendo di spararsi non alla tempia per non sfigurare il viso, si deve pur sempre preservare la componente estetica del nostro vivere, ma al cuore, appena sotto il capezzolo sinistro, per una piccola e quasi insignificante macchia di sangue. E se un comune denominatore alle diverse anime del racconto si deve trovare, questo alla fine è proprio la presenza della morte, riferita ad un suino come ad un essere umano, atto imposto da una comunità o deliberatamente scelto dal singolo, ma pur sempre momento catartico che libera l’essere animale-umano dai fantasmi di una vita intera.

Sulle scatenate note di Dario Bissanti, Giorgio Cardone e Nico Morde Crumor, dopo sessanta minuti si spengono le luci di uno spettacolo adrenalinico e poetico che Licia Lanera sceglie di chiudere in versione rockstar, immergendosi per l’ultima volta nella parola majakowskiana con l’interpretazione colma di dolore della struggente La nuvola in calzoni, lirica manifesto delle inquietudini e dei patimenti del suo tormentato autore.