Subscribe

Cum sociis natoque penatibus et magnis
[contact-form-7 404 "Not Found"]

Subscribe elementum semper nisi. Aenean vulputate eleifend tellus. Aenean leo ligula, porttitor eu, consequat vitae eleifend ac, enim. Aenean vulputate eleifend tellus.

[contact-form-7 404 "Not Found"]

Subscribe elementum semper nisi. Aenean vulputate eleifend tellus. Aenean leo ligula, porttitor eu, consequat vitae eleifend ac, enim. Aenean vulputate eleifend tellus.

[contact-form-7 404 "Not Found"]

Subscribe elementum semper nisi. Aenean vulputate eleifend tellus. Aenean leo ligula, porttitor eu, consequat vitae eleifend ac, enim. Aenean vulputate eleifend tellus.

[contact-form-7 404 "Not Found"]

Cuore di cane – Critica

Una Lanera dal «Cuore di cane». Gran prova dell’attrice e regista barese: pioggia di applausi e chiamate all’Abeliano

(Pasquale Bellini – La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari – 18/10/2018)

 

Di gran bell’effetto l’apertura di sipario in questo Cuore di cane che Licia Lanera ha presentato al Teatro Abeliano: in un taglio di luce trasversale fioccano falde di neve, nel biancore tremolante «urla il vento, soffia la bufera» (come da canto rivoluzionario d’antan!) ma avanza controvento, singhiozzando abbaiando ringhiando e sbavando la protagonista: un’anziana donna, notiamo la maschera di rughe e il naso adunco, che narra, interpreta e incarna la favola tragicomica del «cane destinato a farsi uomo» come da fantasia grottesca di Michail Bulgakov, il quale nel 1925 assiste in Russia, tra disincanto scettico e ironia cupa, all’avvento dell’Homo Novus Sovieticus.

Prima tappa di una trilogia annunziata, dedicata alla grande letteratura russa del ‘900 (insieme a Cechov e Majakovskij) intitolata giusto «Guarda come nevica», il Cuore di cane della Lanera trasferisce il romanzo in una struttura di narrazione/interpretazione di notevole impatto scenico e teatrale, stante la capacità dell’attrice di «aggredire» il testo incarnandone al contempo i diversi personaggi con surreale mimetismo, sorretto dal sapiente uso della voce e dell’amico microfono. Dopo la bufera iniziale la vecchia fata, o strega che sia, dà voce, rantoli e latrati al cane Pallino, ferito in un vicolo di Mosca e poi raccolto e portato nella casa del dottor Filip Filipovic, quindi accudito dalla cameriera Zina e dall’assistente dottor Bormental. Quasi un Frankestein moscovita, il borghesissimo e un po’ dandy Filipovic cura dei vecchi rottami umani, uomini e donne, mediante misteriosi ritrovati ringiovanenti (qui esilarante la prestazione dell’attrice) fino a tentare la prova suprema, con l’inserimento nel corpo e nel cranio del riluttante Pallino di una ghiandola ipofisi e di un paio di testicoli umani!

La rapida trasformazione di Pallino da cane in un essere «umano» o quasi (dopo descrizione quasi da Gran Guignol della cruenta operazione) comporterà sorprese e sarcasmi sul nuovo personaggio sociale e i suoi difetti: scurrile, volgare, ignorante, goffo, benché «comunista»!

Pallino, anzi Poligrafic Pallinov Poligrafovic (il nuovo nome acquisito) sconvolge l’etica e i valori dello scienziato Filipovic, così come (evidentemente) le opinioni dell’autore Bulgakov sulle «magnifiche sorti e progressive» della Rivoluzione in corso d’opera. Di Bulgakov peraltro avevamo ascoltato le parole (a sipario chiuso) con le quali egli aveva davvero scritto nel 1930 al Governo Sovietico, in pratica a Stalin, implorando la possibilità di andare all’estero, che poi Stalin gli negò.

La vicenda del Cuore di cane è qui immersa anche in un tessuto sonoro e rumoristico di notevole ruolo ed evidenza scenica, col musicista Qzerty (Tommaso Danisi) che se ne sta là dietro, con strumenti elettronici, aggeggi vari e metallici, seguendo passo passo l’evolversi narrativo di fatti, personaggi e sequenze. Fino all’epilogo previsto e presumibile, con Filipovic dolente ma rinsavito, mentre Bormental affila i ferri.

La favola tragicomica di Cuore di cane, con la cara vecchietta che rantola e ringhia e morde dietro la sua maschera, fra la poltrona e il paralume, è ancora una volta notevole (anzi spesso più che divertente) prova d’attrice per Licia Lanera, una che sa ben «fare il teatro».

Chiamati in ribalta per gli applausi finali, con la protagonista, i collaboratori Sara Cantarone (costume), Sarah Vecchietti (la maschera), Annalisa Calice, Cristian Allegrini, Martin Palma.

Lo spettacolo si replica al Teatro Abeliano, stasera e domani alle ore 21, domenica alle 18.

 


 

Licia Lanera, la regola del tre e una grande prova d’attrice

(Nicola Viesti – Corriere del Mezzogiorno – 19/10/2018)

 

Non fu semplice l’esistenza di Michail Bulgakov, lo scrittore sovietico che, ai tempi di Stalin, fu tra i pochi oppositori al regime ad aver salva la vita pagando comunque un caro prezzo che ne limitò la circolazione delle opere e gli vietò qualsiasi spostamento fuori dai confini nazionali. Un’opposizione per nulla blanda, d’altronde, come dimostra Cuore di cane, il romanzo scritto nel 1925 e tradotto in italiano solo nel ’67. Un’opera che, ricorrendo all’arma del grottesco, è una feroce satira del regime comunista, e delle certezze infrante della borghesia, che ruota intorno ai tentativi di manipolazione a cui può essere soggetto l’individuo qui – per sommo scherno – identificato in un animale, il simpatico cane Pallino. La povera bestia è soccorsa dal dottor Preobraženskij mentre, agonizzante, sta per morire di fame e assiderato. Estasiato, Pallino trova rifugio in casa dell’uomo che in realtà vuole usarlo come cavia per i suoi esperimenti che, questa volta, avranno un risultato inatteso.

Cuore di cane è stato scelto da Licia Lanera per uno spettacolo coprodotto con il Tpe / Teatro Piemonte Europa – in scena al Teatro Abeliano sino a domenica ( feriali ore 21, festivi ore 18) – che si pone come primo tassello di una trilogia dedicata ai grandi russi che, sotto il titolo «Guarda come nevica», raggrupperà un celebre testo teatrale, Il gabbiano di Cechov, e Le poesie di Majakovskij. Ma, a nostro avviso, la messa in scena in realtà chiude un’altra trilogia, quella che ha visto protagonista la Lanera dopo lo scioglimento di Fibre Parallele, la compagnia che costituì una grande sorpresa nel teatro italiano. Trilogia, questa, comprendente l’Orgia pasoliniana e The Black’s tales Tour.

Con Bulgakov la Lanera opera una rivoluzione copernicana nel suo lavoro, prima fondato sul connubio arte/vita, su di una autobiografia dei sentimenti e dei desideri che trovava il terreno fertile per innervare di linfa un teatro ad alto contenuto emozionale. Cuore di cane è il prodotto, splendidamente convincente, di un approccio al teatro come palestra di saperi, di perizia interpretativa e registica, di sapienza ed equilibrio nel gestire le componenti spettacolari al fine di lasciare spazio ad un confronto con l’altro, ad un autore, in questo caso, a cui urge veicolare un messaggio fortemente politico e polemico, tema peraltro mai assente del tutto nelle precedenti prove dell’artista.

Scegliendo di rimanere vincolata alla matrice letteraria del testo, la Lanera opera una drastica riduzione dello stesso, alcune parti le riscrive e si riserva un diverso finale che lascia spazio però all’ambiguità. Indossata la maschera di una decrepita eroina cechoviana, tra narrazione e interpretazione – concedendosi però la dirompente spettacolarità di un inizio mozzafiato – gioca con estremo rigore e bravura travolgente con i personaggi nei meandri dell’universo dell’autore russo rispettandone appieno l’essenza, dote fondamentale per esaltare un classico. L’ottimo esito deve condividerlo con il fondamentale apporto di Qzerty, che crea un tappeto sonoro da premio, capace di un dialogo costante con la voce dell’interprete e con le luci essenziali e meravigliose di Vincent Longuemare in grado di scolpire ed accrescere ogni singolo carattere.

 


Una partitura sonora sontuosa per voci, rumori ed elettronica

(Fabrizio Versienti – Corriere del Mezzogiorno – 19/10/2018)

 

Cuore di cane è uno spettacolo di rara precisione. Non una cosa è fuori posto, tutto è frutto di un’economia di gesti che produce un grande effetto scenico. Licia Lanera moltiplica voci, personaggi, punti di vista nella narrazione di una storia livida e grottesca («un incubo, un incubo», come ripete spesso una delle sue creature nel corso dello spettacolo), le luci di Vincent Longuemare disegnano spazi, li dissolvono, li ricreano. Uno spettacolo nello spettacolo, a partire dalla memorabile nevicata iniziale. E poi c’è la musica di Tommaso Qzerty Danisi, altro ingrediente fondamentale di una messa in scena che a tratti ha il respiro di una piccola opera da camera.

Danisi è un dj, ma è anche un rumorista, quell’antica figura del teatro di una volta che organizzava fuori scena la produzione di effetti sonori utili al racconto; ed è un compositore, perché costruisce sulla scena, sempre sotto gli occhi del pubblico, una drammaturgia musicale di splendida efficacia con la quale la stessa Lanera, memore della sua esperienza di rockstar in Th Black’s Tales Tour, interagisce con la voce, le mani, il microfono.

Punto di partenza può essere un impulso ritmico elettronico costruito mixando diverse fonti sonore o usando una tastiera di servizio, ripetuto in loop con piccole variazioni o ridotto a cellula melodica minima, a cui si sovrappone un rumore creato sul momento con l’ausilio di un martello, di un archetto di violino utilizzato sul microfono, di un piccolo trovarobato dal fascino molto dantan. Il risultato è invece modernissimo e potente, e accompagna il flusso vocale di Licia Lanera arricchendolo di ombre, sfumature, ritmo.

Anche la discreta e quasi immobile presenza scenica di Danisi fa da contraltare alle esplosioni d’energia e di disperata vitalità della mattatrice, come ai suoi momenti di abbandono smarrito. Quasi logico, allora, che la conclusione li veda finalmente svegliarsi dall’incubo per ritrovarsi in un valzer incongruo e beffardo: Ottocento di De Andrè, unico brano registrato utilizzato nel corso di tutto lo spettacolo.

 


Una donna contro tutti

(Italo Interesse – Quotidiano di Bari – 23/10/2018)

 

Alludendo alla manipolazione del pensiero operata dal regime, Bulgakov si fece seri nemici tra Politburo e intellighenzia. Fosse ancora vivo, lo scrittore nato russo e morto sovietico nel 1940 avrebbe nemici anche peggiori fra quegli ingeneri genetici che al presente lavorano intorno alla costruzione dell’homo artificialis, se costoro non avessero tutto l’interesse a restare nell’ombra. Per gli stessi motivi ai tempi dell’Inquisizione nessuno gli avrebbe scansato il rogo sotto l’accusa di ‘disegno eretico’ e ovviamente diabolico. Tanto, per ribadire con termine abusato la ‘attualità’  di un testo come ‘Cuore di cane’. Con una messinscena dell’opera di Bulgakov l’omonima compagnia di Licia Lanera ha inaugurato mercoledì scorso al Nuovo Abeliano la stagione di Teatri di Bari. La Lanera adatta il testo, si dirige da sola, infine va in scena carica della sua proverbiale ‘cattiveria’. Questo ‘Cuore di cane’ ha un po’ il sapore del ‘una donna contro tutti’. Di nuovo, Licia è sola in scena, a parte Tommaso Qzerty Danisi, che in penombra ‘disegna’ il complesso e variegato magma sonoro su cui si adagia la parola dell’interprete. In supporto della Lanera qualche effetto speciale (efficace l’incipit con un Pallino quasi licantropico che vaga nella bufera),  una maschera e pochi elementi scenici : una pedana, una poltrona, un lume. Eppure così poco basta alla talentosa interprete barese per ripercorrere energicamente la straordinaria storia di Pallino, il randagio protagonista. Quasi con rancore Licia Lanera confeziona un racconto lineare e tagliente. Molto buona l’accoglienza della platea. Hanno contribuito a vario titolo al successo dello spettacolo Vincent Longuemare, Sara Cantarone, Sarah Vecchietti, Annalisa Calice, Cristian Allegrini, Martin Palma e Antonella Dipierro. – Prossimo spettacolo al Nuovo Abeliano, sabato 27 e domenica 28 con ‘Il gabbiano, ovvero quanta strada ha fatto Cechov per arrivare a Yokoama?’ con Manuela Kustermann. La regia, di Carlo Nanni’, è ‘ripresa’ dalla stessa Kustermann. Una produzione La Fabbrica dell’Attore, che quest’anno festeggia il cinquantesimo anno d’attività e vuole ricordare Giancarlo Nanni – fondatore e anima della compagnia, scomparso nel 2010 – con la riproposizione di uno degli spettacoli che meglio rappresentano la cifra stilistica e poetica del regista italo-greco. La versione riproposta, che vedrà in scena quasi l’intero cast originale, incarna il concetto di teatro-immagine di cui Nanni fu pioniere negli anni sessanta e nel quale la pittura performativa, e di dimensioni colossali, sconfinava dalla tela tracimando nel circostante spazio scenico e coinvolgendo emotivamente lo spettatore.

 


Guarda come nevica / Cuore di cane: prima parte della trilogia russa della Compagnia Licia Lanera

(Monica Varrese – PAC PaneAcquaCulture – 25/10/2018)

 

Nel maggio del 1926 la polizia segreta sovietica (GPU) effettua una perquisizione in casa dello scrittore Michail Bulgakov e sequestra Cuore di cane, racconto scritto tra l’ottobre del 1924 e il marzo del 1925, rimasto inedito fino al 1968, anno in cui viene pubblicato all’estero. In Russia la sua censura terminerà solo nel 1987, dopo più di sessant’anni dalla prima stesura.

La Compagnia Licia Lanera, in collaborazione con Teatro Piemonte Europa, inaugura la rassegna To The Theatre al Nuovo Teatro Abeliano, nell’ambito della stagione Futuri Possibili dei Teatri di Bari con il racconto satirico-fantascientifico Cuore di Cane. Quest’ultimo, spietata diagnosi dei complessi e contorti anni Venti in Russia, costituisce la prima parte di una trilogia dedicata ai russi, che sotto il titolo Guarda come nevica, includerà le produzioni future della compagnia: Il Gabbiano di Čechov e le poesie di Majakovskij.

Sarà proprio la neve l’elemento di apertura del primo quadro, impreziosito dal sapiente disegno luci di Vincent Longuemare, che crea una vera e propria drammaturgia visiva per tutto il corso della messa in scena, muovendosi da atmosfere ovattate e intime alla potente forza propulsiva dell’ondata rivoluzionaria, restituita con la scelta di colori caldi, che bruciano il quadrato scenico nel quale l’azione si sviluppa.

Un cane randagio entra nelle grazie e nella casa di Preobraženskij, professore di medicina, andrologo e ginecologo, impegnato in una ricerca sul ringiovanimento del corpo umano. Pallino – così verrà battezzato dal suo padrone – diventa cavia di un esperimento rivoluzionario, effettuato insieme all’assistente Bormental: trapiantargli i testicoli e l’ipofisi di un uomo morto accoltellato in una bettola moscovita. Quello di Pallino diventa un viaggio metamorfico, un progressivo processo di umanizzazione fisica e mentale che lo condurrà, infine, a pretendere di essere registrato all’anagrafe del Comune di Mosca, di avere un nome per definire sé stesso.

L’opera di Bulgakov, articolata e complessa, subisce un’operazione di riscrittura – effettuata dall’attrice e qui anche drammaturga Licia Lanera – che si rivela efficace nel tentativo di attraversare le molteplici linee tematiche care all’autore, restando fedele al suo stile, permeato di elementi satirici e grotteschi. Difatti Cuore di cane è profondamente contrassegnato dalla peculiarità di rendere credibile l’assurdo, e lo fa attraverso il paradosso dell’attività scientifica, la quale dovrebbe mettere in campo la ragione, piuttosto che spingersi oltre i confini dell’utile e del naturale. Stessa analisi si delinea nell’interpretazione della vita sociale e politica, valida negli anni Venti così come nel quotidiano: l’Homo Novus, con le sue necessità e i suoi slanci, vive nella convinzione di essere il soggetto della propria vita, laddove in realtà ne è l’oggetto, vittima di macchinazioni contorte e invisibili. Non dimentichiamo che questo racconto è scritto da Bulgakov negli anni in cui viene messa in campo la NEP, nuova politica economica approvata da Lenin – dopo la fine della guerra civile e la sovietizzazione forzata dell’economia – il cui proposito era quello di forgiare la società ex novo, per l’appunto.

La riscrittura, così come la messa in scena, lascia libero spazio a connessioni e interpretazioni del quotidiano, che trovano una loro possibile sintesi nelle parole di Preobraženskij: «È un incubo. Non ce la faccio più, non lo sopporto più». Parole che, se inizialmente paiono riferirsi esclusivamente al comportamento irriverente di Pallino, progressivamente si vestono di una umana impotenza, del vano tentativo di ristabilire un equilibrio nelle attività del vissuto, perché si possa guardare la storia non solo come passato, ma soprattutto come futuro.

A impreziosire il lavoro anche i suoni creati dal vivo dal musicista Tommaso Qzerty Danisi, che co-abita lo spazio scenico, costantemente in ascolto dell’attrice, entrando armonicamente nella dimensione del racconto. Quello ideato da Qzerty è un tessuto musical-rumoristico che crea atmosfere sospese, che scivolano, in più punti, in una frequenza più disturbante ma sempre armonica.

Con Qzerty dialoga Licia Lanera, in abito bianco e con il volto parzialmente coperto da una maschera in gomma siliconica, che ne riproduce fedelmente i lineamenti, ma invecchiati. La sua voce è amplificata per tutto il corso dell’azione da un microfono, espediente che, comunemente tende a spogliare la voce dalla sua naturale essenza, ma qui risulta interessante per la varietà di giochi a cui la voce è sottoposta dall’esercizio attorale.
Uno spunto di analisi rispetto a questo primissimo esito potrebbe anche svilupparsi su alcune parti di composizione, come quella dell’intervento chirurgico – turning point della storia – nel quale sembra che i cambi di ritmo siano affidati eminentemente all’elemento musicale. Far viaggiare questi ultimi insieme all’acting potrebbe amplificarne l’effetto.

Tutti i ruoli sono giocati dall’attrice, la quale si muove nel testo da padrona, in un intervallarsi continuo di cambi di sequenza narrativi e dialogati. Inoltre, ogni ruolo viene caratterizzato attraverso l’utilizzo di diversi registri linguistici e inflessioni dialettali, operazione che consente al pubblico di entrare nel materiale drammaturgico e nel gioco scenico in maniera più agevole. Il lavoro su una sempre più appuntita caratterizzazione dei personaggi – con particolare riferimento alla metamorfosi di Pallino – permetterà certamente di sfruttare ancora di più l’audacia attoriale che Licia Lanera sfodera durante lo spettacolo, crescendo con lei replica dopo replica in una partitura oltre che musicale anche di gesti, di corpo dell’attore.

Nel complesso, infatti, Cuore di cane si rivela un lavoro ben concepito, e a nostro avviso inaugura una nuova stagione per l’attrice e regista Licia Lanera, coraggiosa nel sovvertire un linguaggio che l’ha caratterizzata fortemente nelle produzioni passate per intraprendere una strada nuova, che le auguriamo di continuare a percorrere con la stessa tenacia. Questo è un passo dal quale non si può più tornare indietro.

 


Teatro. All’ Abeliano con “Cuore di cane” Licia Lanera porta in scena i vizi della nostra società

(Maria Caravella –La Gazzetta Meridionale 26/10/2018)

 

Grande successo di pubblico al nuovo teatro Abeliano, per Cuore di Cane – Compagnia Licia lanera, che ha portato in scena il testo di Michail Bulgakov, adattamento e regia Licia Lanera, inserito nella rassegna Teatri di Bari Cuore di cane è il primo capitolo di una trilogia “Guarda come nevica”, con cui l’artista intende portare sulla scena tre drammaturgie russe che hanno come protagonista la neve, al fine di evidenziare i vizi della nostra società, dai tratti narcisisti, dove predomina esclusivamente il punto di vista estetico, perdendo così ogni legame profondo con la realtà. Nel lavoro originario di Bulgakov si narra di Filipp Filippovic, un facoltoso scienziato che trapianta organi di animali nei suoi pazienti per donare loro l’eterna giovinezza. Un giorno decide di realizzare un intervento diverso: inserisce nel corpo di un cane randagio ipofisi e testicoli umani, ciò trasforma gradualmente l’animale in un prototipo di essere umano. La situazione che si genera sul palcoscenico è tragicomica e genera situazioni straordinariamente movimentate che evidenziano tragiche verità, in primis che il cuore umano è tra i più malvagi. Per la messa in scena di Cuore di Cane, Licia Lanera sceglie una struttura musicale incisiva, attraverso un sodalizio artistico con il compositore di elettronica Tommaso Qzerty Danisi. La colonna sonora porta lo spettatore nell’atmosfera moscovita regalando forza e incisiva straordinarietà al testo. Gli effetti sonori accompagnano l’intera performance, riproducono la bufera, le lamiere che sbattono, le matite che scrivono sulle pagine di un diario, trapani che incidono scatole craniche, il rumore dei passi veloci e tante voci; voci; tutte brillantemente interpretate da Licia Lanera, che si cimenta in un continuo alternarsi di vocalità differenti e di timbro contrastante, mettendo a dura prova le sue corde vocali, sperimentando ogni possibilità di vocalizzo, dal cane, all’uomo, per poi tornare alle voci femminili. Molto apprezzata la Lanera dal pubblico in sala, con la presenza di molti addetti ai lavori.

 


Di Licia, di Bulgakov e dell’essere artista

(Michele Di Donato -ilpickwick.it – 30/10/2018)

 

Cuore di cane di Bulgakov portato in scena da Licia Lanera è il primo capitolo di una trilogia ispirata ad autori russi – a questo primo capitolo dovranno far seguito Il gabbiano di Čechov e le poesie di Majakovskij – dal titolo complessivo Guarda come nevica. Ed è la neve il primo elemento che apre la scena, accogliendo, in identità testuale fra romanzo e azione scenica, l’ingresso sulle tavole del Teatro Abeliano della Lanera che guaisce il dolore del cane Pallino.

Ma, mentre la neve ha già invaso la scena, rimango ancora un passo indietro, ripensando su quanto ha appena preceduto l’inizio della rappresentazione: a luci in sala non ancora spente una voce s’irradia riportando le parole di Michail Afanas’evič Bulgakov; prim’ancora che l’azione cominci, prim’ancora che il palco si popoli, prim’ancora che il romanzo conosca la propria trasposizione, una voce, recitando in prima persona, s’ode chiara come se a parlare fosse lo scrittore stesso. La voce (Bulgakov) confessa la propria nevrastenia, il proprio esaurimento nervoso, la propria angoscia, il senso di inadeguatezza, di desolazione, di inquietudine e di frustrazione di un artista bistrattato, inviso al potere, “un lupo” a cui hanno consigliato di “tagliare il pelo”, ma che “anche tosato non assomiglierà mai a un barboncino”. C’è in quelle parole di Bulgakov la dichiarazione d’ostinata fierezza di chi non vorrebbe piegarsi alla condiscendenza acquiescente del silenzio, perché “non c’è nessuno scrittore che abbia taciuto; se tace non è uno scrittore”. A Bulgakov, a questa voce che parla accorata, “il teatro è necessario come l’aria”.

Resto su queste parole, mentre lo spettacolo ha inizio e da quel momento in poi la percezione di quello che vedo assume una coloritura differente, soprattutto m’ingiunge la necessità di un ragionamento ulteriore, che non potrà giocoforza limitarsi alla bellezza o meno di uno spettacolo che traduce in scena un breve romanzo di quasi cent’anni fa, ma mi porterà a cercare nella visione una relazione con le parole che l’hanno appena preceduta.

In un attimo la mente corre a un altro spettacolo (visto e poi rivisto) e a come, su queste pagine, è stato raccontato: lo spettacolo è Il misantropo di Molière targato Factory e diretto da Tonio De Nitto e il racconto a cui mi riferisco è nella lettura che ne ha dato Alessandro Toppi su queste pagine, nelle quali, per parlare di Molière parte da Bulgakov – che sulla figura di Molière aveva incentrato la scrittura de La cabala dei bigotti – e che nel parlare del lavoro di De Nitto, nel parlare di Molière e nel parlare di Bulgakov, finisce per raccontare e interpretare lo spettacolo oltre lo spettacolo, finisce per dire quanto e come fare teatro possa essere una lotta costante, inesausta e spesso vana finalizzata a esprimere le proprie urgenze. Urgenze che possono essere eminentemente politiche o specificamente esistenziali, ma in ogni caso artistiche avendo come fine (e anche come mezzo) “quest’amato tormento chiamato teatro”.

Ed è pensando a quest’amato tormento che, per parlare di questo Cuore di cane, per parlare del lavoro di Licia Lanera e della trilogia che da questo punto parte, credo sia necessario fare due (se non tre) passi all’indietro e provare a riannodare le fila di un percorso umano e professionale che è soggettiva declinazione per l’appunto di quest’amato tormento. Per farlo mi pare opportuno partire da Orgia, passare per The Black’s Tales Tour prima di arrivare (per il momento) fino a Cuore di cane. Mentre Fibre Parallele viveva la propria transizione che l’avrebbe portata a diventare Compagnia Licia Lanera – con tutte le inevitabili e intuibili difficoltà che ogni cambiamento comporta – i lavori che hanno visto la luce in quel periodo di passaggio hanno avuto come caratteristica quella di poggiarsi su drammaturgie preesistenti (Orgia di Pasolini) o comunque su testi anch’essi già scritti (le fiabe di The Black’s Tales Tour); in entrambi i casi è stata compiuta un’opera di adattamento che li ha resi lavori dotati di una propria autonoma consistenza, ma quel che più mi preme in questa sede sottolineare è il percorso carsico che sottende a questo processo e del quale Cuore di cane mi pare essere il primo approdo. Al netto di una scelta necessaria e contingente – quella di lavorare al riadattamento di ciò che è già stato scritto – sembrerebbe che ci sia dell’altro e mi pare che questo “altro” sia polposo e attenga a un discorso precipuo e preciso che dal tormento dell’essere attore (o anche regista) si trasfonde nella pratica di scena. Così, se in Orgia il fondamento concettuale di un lavoro denso erano le parole di Pasolini del Manifesto per un nuovo teatro e il nodo di senso su cui era posto l’accento dalla Lanera era proprio il ruolo dell’attore quale veicolo vivente di un messaggio, nelle fiabe di The Black’s Tales Tour – soprattutto nella sua versione compiuta e finita – emergevano invece l’inquietudine e il tormento in cui avvenivano l’identificazione fra la donna e l’artista (“Io la notte non dormo. E vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu”, diceva Licia cominciando).
Un duplice piano dunque, professionale e umano, che converge verso un denominatore comune, che è quello che mi porta a vedere quell’amato tormento tradursi nella scelta di inscenare Bulgakov, la scelta di rappresentare un artista che dichiara in esergo tutto il tormentoso disagio della propria condizione marginale. È pacifico che non ci sia – e non ci possa essere – un’identificazione totale fra l’autore di Cuore di cane e chi qui lo porta in scena, ma sussiste un legame intrinseco fra la scelta di una metamorfosi per raccontare come un corpo scenico stia adattando se stesso a una nuova dimensione e come questa trasformazione avvenga in maniera critica e ponderata.

Di qui in poi, una volta stabiliti i presupposti, c’è lo spettacolo, nel quale non ci sono forzature che tentino di rimpolpare il discorso concettuale dal quale siamo partiti; tutto questo si concentra in premessa, nelle parole di Bulgakov sul teatro che non gli fu consentito di fare e sul tormento che quest’ostracismo inflisse alla sua vita; mentre Licia Lanera, di quel tormento rispettosa e da quel tormento accomunata, del proprio tormento fa catarsi, lo flette alla propria indole artistica e lo traduce in narrazione drammatizzata, che dà voce al sentimento del grottesco bulgakoviano attraverso il quale è possibile rifrangere qualsiasi società, non esclusa quella contemporanea. Lo fa, Licia Lanera, con ineccepibile prova d’attrice, nell’ormai collaudata simbiosi con le luci di Vincent Longuemare, il cui disegno variegato e pulito cala la narrazione in una dimensione cupa stemperata dai toni caldi dell’interno dello studio del professor Preobraženskij, e con le musiche in scena di Tommaso Qzerty Danisi, il cui apporto è vera e propria drammaturgia sonora in aggiunta, evocatrice di momenti e stati d’animo, contrappunto ora sincopato, ora incalzante all’azione scenica, i cui effetti s’accompagnano alla riproduzione finanche dei minimi rumori come il ticchettio del dattilografare.

Il plot è noto e non si discosta sostanzialmente dal testo originario: nella Mosca della metà degli anni Venti – nel pieno della Nuova Politica Economica (NEP) che pure in tanti ferventi bolscevichi aveva sopito entusiasmi a causa delle concessioni a un certo revanscismo borghese – un luminare della medicina (Preobraženskij), con l’aiuto del proprio assistente (Bormental) trapianta nello spelacchiato cane Pallino le gonadi e l’ipofisi di un uomo (accidentalmente un lestofante) da poco deceduto, il che comporta una progressiva trasformazione del cane in una creatura umana, con tutte le iperboliche conseguenze del caso. Licia Lanera indossa una maschera che ne altera le fattezze e inforca il microfono per tutto lo spettacolo, così amplificando il senso della finzione e della narrazione, adattando la propria voce, modulandola in base ai personaggi e immettendo effetti caricaturali in aggiunta, sicché un paziente del Dottor Preobraženskij che adesca ragazzine assume tono e inflessione da bauscia milanese, mentre il rozzo e insolente capo-caseggiato Švonder si esprime nella grossolanità di un romanesco da borgata. Narrazione drammatizzata più che messinscena tout-court, si diceva, che però è snellita dagli opportuni tagli e dall’utilizzo dei segni teatrali sopracitati. Viene espunta dalla narrazione una delle scena più esilaranti del racconto, quella in cui il cane – ormai uomo – nell’inseguire un gatto finisce per asserragliarsi nel bagno di casa Preobraženskij e qui distrugge una conduttura idrica con conseguente allagamento, ma nel complesso la fedeltà testuale rimane, fino alla svolta finale che traduce l’epilogo in virata poetica e espressiva che vede attrice e musicista danzare insieme sulle note di Ottocento di De André, canzone non solo emblematica di certe derive consumistiche e della dissoluzione del nostro tempo, ma anche evocatrice di pratiche metamorfiche che ben s’attagliano al tema del racconto (“quante valvole e pistoni, fegati e polmoni”).
Siamo pertanto dinanzi a quello che si potrebbe definire uno spettacolo ben fatto, ma il cui pregio essenziale sta a mio modo di vedere oltre la sua stessa fattura; Cuore di cane è il racconto di una metamorfosi, di una trasformazione che forza e sovverte la natura originaria di una creatura, dimostrando quanto paradossali possano essere le conseguenze. In fondo l’abietto Poligraf Poligrafovič ha conservato il cuore canino di Pallino e il ritorno alla forma animale originaria dopo le traversie operatorie appare soluzione auspicabile. Trasponendo la metafora sul piano a cui abbiamo improntato quest’articolo, la “trasformazione” (il passaggio) di Licia Lanera assomiglia al percorso di riappropriazione (o forse meglio: rivendicazione) definitiva del proprio cuore di teatrante dopo essere passata attraverso le traversie connaturate al proprio tormento, il tormento di una transizione, il tormento di un teatro necessario come l’aria per chi è come un lupo che pur tosato non sarà mai un barboncino.

 


Se il cane-uomo di Bulgakov somiglia a un politico Cinquestelle

(Enrico Fiore – controscena.net – 01/11/2018)

 

«Il comunismo è molto semplice; bisogna prendere tutto e dividerlo in parti uguali. Uguali! un pezzo a te, un pezzo a te e un pezzo a te, perché sennò uno abita in sette stanze e ha 40 paia di pantaloni, mentre un altro va in giro a cercare cibo nell’immondizia! Io sono comunista! Borghesi tutti appesi! Borghesi figli di cagna! Io mi sveglio e faccio una rivoluzione! Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre! Faccio una rivoluzione d’ottobre! Sono comunistaaaa!».

È la battuta-chiave di «Cuore di cane», l’adattamento dell’omonimo romanzo di Michail Bulgakov che Licia Lanera presenta con la sua compagnia nel Piccolo Bellini. Ma non l’ha scritta Bulgakov. E dunque, basterebbe da sola a dimostrare come l’allestimento in questione abbia soprattutto il raro pregio di agganciarsi all’attualità che ci assale e ci coinvolge, ogni giorno, dalle televisioni, dai giornali e dai famigerati «social»: un’attualità che, lo sappiamo, ha specialmente il segno di una politica tanto arrogante quanto fintamente progressista e, di fatto, soltanto orecchiante e parolaia.

Attenzione, però: un secondo e ancor più raro pregio dello spettacolo di Licia Lanera è quello di dar luogo all’attualizzazione di cui ho detto nel pieno rispetto della vicenda umana e, giusto, politica dell’autore oltreché dei contenuti e degli aspetti formali della sua opera. E qui di seguito sottolineo questo rispetto mediante alcuni cenni riassuntivi.

«Cuore di cane» fu composto nel 1925 e pubblicato nel 1928. E racconta del professor Filipp Filippovič Preobraženskij, scienziato di eccezionale inventiva e chirurgo di non meno straordinaria abilità, che sostituisce l’ipofisi e le ghiandole seminali di un cane randagio con quelle di un ladro defunto. Il risultato è che la «creatura» che vien fuori dallo stupefacente intervento conserva la propria sensibilità canina e, insieme, acquista tutte le caratteristiche di emarginato sociale del delinquente che fu. E così, mentre odia i gatti, fa lega con i peggiori gozzovigliatori e cade nelle grinfie della più deteriore propaganda politica. Finché, coinvolto negli spiacevoli esiti di questa degradazione, lo scienziato-chirurgo non decide di procedere a una seconda operazione, restituendo la «creatura» alla sua originaria condizione canina.

Siamo, evidentemente, di fronte a un’allegoria della Mosca degli anni della N.E.P., la Nuova Politica Economica: gli anni, dal 1921 al ’28, che videro lo scontro fra la vecchia classe borghese, portatrice di una certa cultura e di un certo modo di vivere anchilosati, e la realtà completamente diversa rappresentata dalla società proletaria in via di edificazione. E l’intervento chirurgico in questione e le sue conseguenze costituiscono la metafora delle speranze (su tutte quella di far nascere l’Uomo Nuovo) destate dal processo rivoluzionario in atto e dell’involuzione e delle deviazioni dallo stesso subite.

Ebbene, la situazione surreale in cui Bulgakov traduce questo scontro gli dà poi modo, sul piano formale, di adottare e sfruttare una lingua incredibilmente agile e mutevole. Che trova un perfetto equivalente nel virtuosismo vocale – un’autentica valanga di squittii serpeggianti, borbottii incomprensibili, sussurri mielosi, scoppi d’ira avvelenati, ammiccamenti tendenziosi – che Licia Lanera dispiega in sintonia con la funzionalissima colonna sonora elettronica di Tommaso Qzerty Danisi e di cui già ebbi una dimostrazione (esclusi, ovviamente, i mugolii e i latrati di oggi) quando, l’anno scorso, vidi nell’ambito della ventiduesima edizione del Festival delle Colline Torinesi lo spettacolo «The Black’s Tales Tour», dato, non a caso, nello storico Le Roi Music Hall.

In più, sul piano dei contenuti, la Lanera, in quanto regista, offre subito lo spunto per una bruciante riflessione storico-politica: col sipario ancora chiuso, ci fa sentire le parole di Bulgakov che denuncia l’emarginazione e la persecuzione da lui patite nel quadro, appunto, dell’arrestarsi in Unione Sovietica della spinta rivoluzionaria sinceramente comunista. E tale quadro, ecco un’invenzione assolutamente fondata e significante, assume, stavolta in funzione simbolica, la divisione dello spettacolo in due parti: nella prima Licia Lanera si muove in una tormenta di neve e nella seconda sta quasi sempre immobile su una comoda poltroncina, collocata su una pedana e accarezzata dalla luce discreta di un abat-jour.

È l’alternarsi di un sommovimento naturale (giusto la tensione verso il riscatto delle classi subalterne) e di una ricaduta nell’alveo della «tranquillità» (giusto il riaffiorare dei princìpi della classe dominante solo per un attimo sconfitta). E adesso, per tornare alla battuta citata all’inizio e, ripeto, del tutto inventata rispetto al romanzo di Bulgakov, non vi sembra che con essa Licia Lanera abbia lanciato un’impagabile e tremenda frecciata contro, poniamo, uno dei tanti populisti Cinquestelle?

Fa il paio, quella frecciata, con la decisione, ugualmente inventata, di uccidere il presunto Uomo Nuovo rivelatosi un mostro. E non dico niente, infine, circa la bravura d’attrice della Lanera, che recita dall’inizio alla fine indossando allusivamente una maschera di vecchia. Dico, invece, qualcosa sul coraggio che Licia – separatasi dal drammaturgo e compagno di vita Riccardo Spagnulo, con la conseguente fine di Fibre Parallele, una delle formazioni più interessanti del teatro di ricerca – sta dimostrando nel continuare il cammino da sola, e come autrice lei stessa oltre che interprete e regista. Questo «Cuore di cane» è il primo episodio di una trilogia, «Guarda come nevica», sul tema del disagio. E davvero non a caso si conclude con Licia e Tommaso Qzerty Danisi che s’abbandonano a un valzer sull’onda di «Ottocento» di De André. Si sente l’eco del lucido strazio di Leonard Cohen: «Prendi questo valzer. È tutto quel che c’è».

 


Bulgakov, «Cuore di cane» randagio sotto la neve

(Fabrizio Coscia – Il Mattino di Napoli – 01/11/2018)

 

L’inizio di «Cuore di cane», lo spettacolo di Licia Lanera tratto dal romanzo di Michail Bulgakov (in scena al Piccolo Bellini fino a domenica), ha una forza scenica che impatta sullo spettatore con un effetto perturbante. Prima c’è un prologo, a sipario chiuso, in cui una voce fuori campo riprende la commovente lettera-confessione di Bulgakov (mai spedita) a Stalin, con la supplica di farlo espatriare e la denuncia al regime sovietico («Nella vasta arena della letteratura russa in Urss io ero l’unico lupo. Braccato dentro un cortile chiuso, alla fine sono crollato. Anche una belva può stancarsi. Ma uno scrittore che tace non è un vero scrittore»). Poi l’inizio, appunto: sotto una tormenta di neve, appare la Lanera, con una maschera sul volto, brandendo un microfono, che ulula e latra l’agonia di un cane randagio nelle strade di Mosca, inveendo contro il cuoco che gli ha rovesciato addosso l’acqua bollente. C’è qualcosa di inquietante in questa scena, accentuata dall’ipnotica tessitura sonora dal vivo di Tommaso Qzerty Danisi, che resterà costante per tutto lo spettacolo, e dai chiaroscuri disegnati da Vincent Longuemare. E la voce è, insieme ai suoni e alle luci, l’unico strumento scenico a cui ricorre l’attrice, che interpreta i diversi personaggi del romanzo: dal cane stesso (con una curiosa intonazione fantozziana) a Filip Filipovic, il medico che adotta il randagio e lo sottopone a un intervento sperimentale, trapiantandogli l’ipofisi e i testicoli di un uomo morto; ad altri di contorno.

Ambientato per il resto nello studio del dottore, il monologo spinge sul pedale del grottesco che connota il romanzo di Bulgakov, una potente satira fantascientifica contro la retorica sovietica, la nuova borghesia della Nep e gli eccessi della scienza. Ma ciò che resta, dello spettacolo, è il senso diffuso di malattia, disagio e sconfitta di una società che ha molto in comune con la nostra.

 


Cuore di cane

(Francesca Saturnino – Che teatro fa / laRepubblica.it – 02/11/2018)

 

Una luce blu cobalto taglia il proscenio in orizzontale mentre una sottile neve scende, sospesa nel buio della scena e nel buio di noi immobilizzati, fermi, rapiti dal primo fotogramma di questo sogno. C’è freddo nell’anima. Nella lentezza poetica e spiazzante di una figura che rantola e latra disperatamente, trascinandosi nella luce. Quella figura, metà bestiale e metà umana, combatte: contro la luce e la neve e il buio e noi.

Che Licia Lanera attendesse di perdersi in questa neve era nell’aria da un po’. Cuore di cane è il primo degli inabissamenti nella succulenta letteratura russa cui la camaleontica regista e attrice – in un nuovo picco della sua carriera – ha deciso di dedicare una trilogia. Il romanzo, attraverso un dispositivo drammaturgico con cui Lanera ha estratto scene oniriche, soliloqui lirici e una curiosa partitura di voci, è una chicca del maestro Bulgakov, autore sopraffino di testi – anche teatrali – censurati e donati a noi lettori solo dopo la sua morte. La storia richiama un orizzonte distopico/ fantastico: un medico illuminato e non allineato al regime comunista tenta una folle sintesi tra un cane e un uomo. Ne esce il prototipo dell’“uomo nuovo”: insopportabile, meschino, accecato da un’ideologia vuota, idiota e ignorante, davanti al quale lo stesso professore alla fine rimpiange la tenera bestia sacrificata nell’esperimento.

La scena è un «appartamento equivoco» d’inizio secolo, tutto si svolge nel rettangolo tra lampada, poltrona e set elettronico da tavolo dove Tommaso Qzerty Danisi costruisce dal vivo una drammaturgia sonora di incursioni di synth, rumori musicati e suggestioni uditive. Licia Lanera, completamente sprofondata, trasfigurata nel racconto, indossa un elegante veste anni venti. Una maschera bianca e rugosa le calca il viso: una moira, uno spettro, il riflesso del Grottesco che domina un’epoca – quella di Bulgakov e, con inquietanti similitudini, la nostra – e deflagra clamorosamente in ogni scena. In penombra o immersa in una tinta rossa Lanera, capo coro di se stessa, fa suonare un’orchestra di voci, caratteri, idioletti: l’antologia geniale dei personaggi assurdi, ridicoli, comici e umani che Bulgakov chiama a raccolta in una cattedrale di parole calibratissime nell’evocare immagini, tinte e umori cui è un piacere sacrosanto abbandonarsi. La grandezza della letteratura – e dell’arte mistica con cui questa possa manifestarsi nei muscoli, nel fiato e nella voce sulla scena – si manifesta in un corpo a corpo tumultuoso e delicatissimo che ci restituisce la natura profondamente politica di quest’artista cui «il Teatro è necessario come l’aria». Come lei al Teatro.

 


«Cuore di cane» dalla radio alla scena: un salto di successo

(Stefano de Stefano – Corriere del Mezzogiorno ed. Napoli – 03/11/2018)

 

«Cuore di cane» è il primo movimento della trilogia «Guarda come nevica» di Licia Lanera, dedicata a tre autori russi (Cechov, Majakovskij e Bulgakov) che precedono e seguono la rivoluzione bolscevica del 1917. Ed è uno dei migliori esempi di come un materiale radiofonico possa felicemente evolversi in allestimento teatrale compiuto e convincente.

Merito dell’autrice, regista e interprete che partendo dal celebre e metaforico racconto di Bulgakov sul potere (al Piccolo Bellini fino a domenica), in cui si assiste a un’andata e ritorno di un trapianto d’organi fra uomo e cane, riesce a modellare la narrazione sui mille registri della sua voce, arricchendola di considerazioni attualissime. Come quelle sull’essenza del comunismo, che però non si pietrificano mai in rigidità didascalica, innestandosi in alta poesia come l’iniziale nevicata sotto la quale, mascherata da vecchia, l’attrice apre il suo dialogo con gli straordinari effetti sonori di Tommaso Qzerty Danisi.

 


La satira di Bulgakov dal romanzo al teatro

(Luca Romano – huffingtonpost.it – 08/11/2018)

 

«U-u-u-uh! Guardatemi, muoio. Nel portone la tormenta mi ulula il de profundis ed io urlo con essa. È finita, è finita. Un furfante dal berretto sporco, il cuoco della mensa degli impiegati al Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale, mi ha rovesciato una mestolata di acqua bollente sul fianco sinistro. Che canaglia, e dire che è un proletario!…»

Con queste parole inizia Cuore di cane, uno dei romanzi più famosi e allo stesso tempo meno fortunati di Michail Bulgakov, medico e scrittore russo vissuto sotto la dittatura sovietica. Ma cosa ha rappresentato Cuore di Cane negli anni della sua scrittura e cosa è in grado di raccontarci ancora oggi? Per comprenderlo è necessario fare un passo indietro e raccontare il contesto nel quale è stato scritto.

Siamo negli anni venti del novecento, la prima edizione vede la luce nel 1925, il regime sovietico si propone di realizzare la NEP (Novaja Ekonomičeskaja Politika – Nuova Politica Economica), l’obiettivo del regime sovietico è forgiare un uomo nuovo, il proletario modello; il passo indietro della NEP non era altro che un nuovo modo per plasmare questa figura rimasta incompiuta.

Negli stessi anni Bulgakov, in Cuore di cane, racconta le vicende di un medico, Filip Filipovič Preobraženskij che, ritrovato un cane per strada, decide di adottarlo per utilizzarlo nelle sue sperimentazioni sul ringiovanimento. Per questo motivo trapianta testicoli e ipofisi umani al cane. Il risultato sarà una trasformazione di Pallino (nell’edizione russa Šarik) da cane a uomo. Lentamente infatti inizierà a parlare, si comporterò sempre più da uomo, fino ad arrivare a definirsi proletario. Pallino però non ha nessun comportamento consono al nuovo essere umano sognato nel socialismo, al contrario eredita, insieme ai testicoli e all’ipofisi, anche il comportamento dell’uomo morto in una rissa per accoltellamento, al quale hanno tolto gli organi. L’uomo sognato si rivela un fallimento.

L’intento satirico di Cuore di Cane si dimostra così in tutta la sua forza: la costruzione letteraria e la struttura non fanno niente per nascondere un attacco al potere sovietico e al suo intento politico. Ma cosa può raccontarci ancora oggi un testo di questo tipo? Per comprenderlo è forse necessario leggere nuovamente queste parole con gli occhi e le azioni di artisti contemporanei. È il caso del nuovo spettacolo portato in questi giorni nei teatri italiani, dalla compagnia Licia Lanera, debuttato a Bari dal 17 al 21 ottobre, poi andato in scena a Napoli dal 30 Ottobre al 4 Novembre e successivamente in giro per tutta Italia.

Licia Lanera, attrice e regista, vincitrice del premio Ubu nel 2014 come migliore attrice under 35, ha lavorato sul testo di Cuore di cane riportandolo ai giorni nostri con la forza che caratterizza tutto il suo teatro. Lo spettatore trova in scena la figura di una donna con una maschera che le invecchia i lineamenti. Insieme a lei c’è il sound designer Tommaso Qzerty Danisi che riporta, con grande maestria, in suoni gli avvenimenti. Una bufera di neve accoglie lo spettatore, vicende di Preobraženskij, del suo assistente Bormental e di Pallino.

Subito ci si accorge che il lavoro sul testo è impressionante: le voci che Licia Lanera porta in scena mostrano il suo grande talento come attrice, ma anche l’attenzione per l’adattamento testuale. Adattamento che ha subito due fasi: la prima andata in onda su RadioRai il 22 Novembre per il Mese del Teatro; una seconda per la messa in scena teatrale.

Il risultato è nella percezione di contemporaneità assoluta dell’opera di Bulgakov e della necessità, in Italia, di grandi scrittori e interpreti della nobile arte della satira, capace di raccontare l’essere umano in tutte le sue sfaccettature. Per questo il lavoro di Licia Lanera risulta essere fondamentale nel panorama, non solo teatrale, italiano.

Inoltre Cuore di Cane è la prima parte di una trilogia di opere che la Compagnia Licia Lanera porterà a teatro nel triennio 2018-2020 col titolo di Guarda come nevica e che vedrà, oltre al testo di Bulgakov, anche ll gabbiano di Anton Čechov e Le poesie di Vladimir Majakovskij.

Tre autori che hanno attraversato, in un modo o nell’altro, la rivoluzione russa, il sogno dell’uomo nuovo e che, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti ad aderire completamente agli ideali, lasciando spazio a passioni e desideri: ciò di cui è fatto anche il teatro.

 


Cuore di cane

(Emanuela Ferrauto – dramma.it – 14/11/2018)

 

Licia Lanera, giovane artista pugliese, riconosciuta e pluripremiata, ha dimostrato costantemente la sua propensione nei confronti del racconto di stampo europeo. Dopo il fortunato THE BLACK’S TALES TOUR, approda a Napoli con la prima parte di una trilogia, dal titolo GUARDA COME NEVICA, che la accompagnerà e impegnerà nei prossimi tre anni. Gli autori prescelti sono legati alla letteratura russa, a partire da Bulgacov, uno degli autori preferiti dall’attrice, per arrivare a Čechov e a Majakovskij. La prima parte di questa complessa trilogia riporta il titolo del romanzo breve di Michail Bulgacov, ossia CUORE DI CANE, adottato anche per lo spettacolo che va in scena al Piccolo Bellini di Napoli dal 30 ottobre al 4 novembre. Il processo di lettura e di rielaborazione di un testo in prosa, si affianca alla scelta di altri due generi, ossia quello drammaturgico con I GABBIANI di Anton Čechov e quello poetico con LE POESIE di Vladimir Majakovskij. Il lavoro operato da Lanera è molto complesso, poiché analizza integralmente il testo di origine, legato alla narrazione, e ne rielabora una struttura drammaturgica che arricchisce con effetti sonori prodotti, riprodotti e affidati a Tommaso Qzerty Danisi, il quale ha accompagnato l’attrice anche durante The Black’s Tales Tour. Questi processi, che partono da una prosa narrativa e approdano al palcoscenico, sono caratterizzati da un’ulteriore fase che “piega” l’adattamento scenico verso il genere del radiodramma: Danisi, infatti, sintetizza suoni ed effetti sonori, scandendo il ritmo della narrazione e ricreando una colonna sonora non musicale, ma pseudo-musicale, mentre Lanera recita interpretando tutti i personaggi citati. L’attrice, qui anche regista, indossa una maschera che raffigura il viso rattrappito di donna e modula la voce di ogni personaggio, inserendo anche il narratore, attraverso un’operazione interpretativa e attoriale intensa e faticosa. La propensione per il racconto e per la figura ancestrale della vecchia che apre il libro e che comincia a raccontare seduta su una poltrona – immagine legata anche alla letteratura del meridione italiano –  non è estranea alle prime produzioni della vecchia compagnia, ossia Fibre Parallele, ed emerge in questo spettacolo improvvisamente, all’interno di un’ambientazione ottocentesca, evidentemente collocata nella tipologia del dramma borghese e del salotto borghese, in un’atmosfera – soprattutto quella iniziale – prettamente russa. Infatti, grazie all’utilizzo di una macchina che spara finta neve sul proscenio e un particolare taglio di luce, il cane protagonista del racconto – o meglio co-protagonista- entra in scena nelle sembianze di questa donna-narratrice. Šarik, questo il nome originale dell’animale, diventa volutamente e banalmente Pallino nella trasposizione scenica italiana e Filipp Filippovic è invece uno scienziato che promette ai suoi pazienti di cambiare vita. La lotta contro la vecchiaia, la bruttezza e le deformità spinge il medico a sperimentare innesti di ghiandole ed organi umani in corpi di animali. Ciò che l’attrice tende a far emergere, attraverso un punto di vista contemporaneo, e quindi non russo, non ottocentesco/novecentesco, non politico, è appunto la deformità della società. Il racconto, dunque, viene “epurato” dalle eccessive caratterizzazioni legate alla politica russa di fine Ottocento e inizio del Novecento, dalla propaganda comunista che emerge costantemente nella lettura del racconto di Bulgacov, sebbene rimanga questo confronto tra ricchi e poveri attraverso un’accezione legata ai vizi e alle virtù dell’umanità. Dall’appellativo “proletario” al concetto di uomo/cane che accetta e desidera di vivere nell’appartamento di un ricco borghese, che si meraviglia dei vantaggi del collare, lasciapassare quest’ultimo per accedere ai luoghi da cui veniva precedentemente cacciato, alla trasformazione in compagno attivista, ubriacone e affamato di donne, tutti elementi che caratterizzano Pallino e la sua trasformazione in uomo. Da un lato il ricco professore che pensa di cambiare il mondo e le vite, dall’altro il comunista creato attraverso un esperimento ed evolutosi autonomamente. Non a caso, appunto, alla fine del racconto, ma non è chiaro alla fine della narrazione scenica, l’uomo/cane viene retrocesso ad animale attraverso un ulteriore esperimento finale, distaccandosi dal più famoso esempio di mostro da romanzo ottocentesco, ossia Frankenstein, ma ricordandoci anche il Faust e la sua storia. Il titolo è indicativo ed è utile e funzionale alla visione che sviluppa Lanera all’interno dello spettacolo, generalizzando il discorso e portandolo a livelli universalistici che spingono, con tutte le forze, il pubblico a distaccarsi dal contesto politico originale: nonostante emergano sfumature legate alla cultura politica del tempo, lo spettacolo sembra caratterizzare il racconto attraverso elementi tipici del Romanticismo europeo, ormai tardo, come  lo smembramento dell’uomo e del suo corpo, il nuovo che avanza e che allontana dalla solidità del passato, il futuro sconosciuto. È inevitabile, dunque, che alcune parti siano state ridimensionate, mantenendo per esteso i passaggi del racconto in cui si mettono in evidenza il grottesco e il macabro, elementi da gothic novel che certamente attecchiscono più velocemente e stimolano l’attenzione dello spettatore. Il lavoro messo in atto è, dunque, molto complesso e di grande levatura intellettuale e attoriale, di grande qualità nella tecnica vocale e corporea, sebbene la narrazione tenda ad essere ridondante in alcuni punti e a rallentare eccessivamente, soprattutto nella seconda parte. Questo comporta una prima fase in crescendo, attraverso cui lo spettatore è attratto dagli effetti sonori e comincia ad appassionarsi alla vicenda del cane trascinato in sala operatoria, ed una seconda parte che attraversa fasi ondulatorie, caratterizzate da rallentamenti e accelerazioni, che trova uno spettatore ormai poco attento.

 


Guarda come nevica 1. Cuore di cane

(Chiara Mignemi Stratagemmi – Prospettive Teatrali – 17/12/2018)

 

Nel 2018 è apparso sul grande schermo Genesis 2.0, documentario apocalittico del regista svizzero Christian Frei. Su un arcipelago deserto della Siberia alcuni disperati cacciatori di tesori prendono a picconate la mastodontica carcassa di un mammut; dal corpo dell’elefantide, che congelava indisturbato dal Pliocene, stilla improvvisamente del liquido organico. La provetta che lo costudisce attira immediatamente l’attenzione di tutti gli aspiranti Frankenstein del mondo della biologia di sintesi, che l’occhio diffidente di Frei ritrae come fanatici demiurghi in competizione col Creatore.

I titoli di coda accompagnano il sentimento agrodolce dello spettatore: non sarebbe male accarezzare il pelo ispido di un mansueto mammut, ma se ci trovassimo dall’oggi al domani invasi dagli Spinosauri, chissà…

Cent’anni fa, respirando la tracotanza irrefrenabile della Russia sovietica, Michail Afanas’evič Bulgàkov fantasticava su questo stesso argomento, e tra il serio e il faceto convogliava le sue riflessioni in Cuore di cane.

L’estro satirico di Bulgàkov devia dalle angosciose predizioni di Mary Shelley: il placido e reazionario dottor Filip Filipovič Preobraženskij, eccellenza nel campo della ricerca medica moscovita, resuscita miracolosamente un cane meticcio tramite il trapianto di un’ipofisi umana; ma il mostrum antropocanino si rivela presto un coinquilino petulante, un esaltato militante leninista, tanto innocuo quanto insopportabilmente invadente.

Questa la storia che Licia Lanera ci racconta sul palcoscenico dell’Angelo Mai, dove gli spettatori vengono accolti dai guaiti del cane Pallino – a breve cittadino proletario Poligraf Poligrafovič Pallinov – che studia con stolido entusiasmo l’andirivieni dei pazienti del suo padre adottivo; l’attrice (che firma anche la regia dell’adattamento teatrale, accompagnato dal vivo dalla textureelettronica del compositore Tommaso Qzerty Danisi), interpreta felicemente la policromia della società moscovita, ritraendo impeccabilmente personaggi di genere, status sociale e specie differenti. A fare da contraltare al trasformismo dell’attrice una maschera bianca e inespressiva, tabula rasa sulla quale la fantasia dello spettatore, di volta in volta, disegna il sorriso imbarazzato di una donna ormai sfiorita, il sogghigno avvinazzato di giovani politicanti, la frustrazione che solca irrimediabilmente il viso di Filip Filipovič.

Le sonorità del sound design di Qzerty Danisi accompagnano l’andamento serrato delle prime scene, mentre il ritmo si dilata nel fulcro centrale della narrazione, quando l’ossessivo pentimento del dottore (“è un incubo, non lo sopporto più”) viene incorporato nella drum-machine e riproposto come ostinato voice over, rendendo palpabile al pubblico l’impasse esistenziale del protagonista, consumato dalla noiosa compagnia della creatura che ha messo al mondo.

L’opera bulgakoviana, già spoglia degli ammonimenti moralistici e delle previsioni catastrofiche di Mary Shelley – che tutt’oggi suggestionano la fantasia di Christian Frei – si libera del sarcasmo secolare di cui è originariamente intrisa: Licia Lanera estromette dal proprio Cuore di cane l’istanza satirica, l’altezzosa critica all’esaltazione proletaria, ritagliando dall’antigrafo l’intima tragicommedia del protagonista, che detona sulla scena con esiti gustosissimi. La rappresentazione della tracotanza umana si libra vivida e suggestiva: con raffinato umorismo, suscita il sorriso scettico e beffardo dell’uomo che si accetta per quello che è.

Il primo capitolo della trilogia Guarda come nevica che la compagnia Licia Lanera porterà avanti affrontando altri due autori russi (Anton Čechov e Vladimir Majakovskij) si chiude con un chiaro monito agli spettatori: attenzione, giocare a fare gli dei può rivelarsi di una noia mortale!