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The Black’s Tales Tour – Critica

Fiabe nere raccontate a un’orata sapiente tenuta nel freezer

(Enrico Fiore – controscena.net – 23/06/2017)

 

C’è in giro una poetessa, e finora non l’avevamo riconosciuta perché, quando la incontravamo, in teatri e rassegne votati alla sperimentazione, lei si presentava travestita da attrice; e siccome il suo travestimento era assolutamente ingannevole, nel senso che è un’attrice molto brava, risultava ancora più difficile scoprire, appunto, la poetessa nascosta sotto quelle spoglie. Parlo di Licia Lanera, vessillifera (giusto in quanto attrice oltre che regista) della compagnia Fibre Parallele, una delle realtà più interessanti nell’odierno panorama del teatro di ricerca italiano. In precedenza aveva indossato i panni dell’autrice solo collaborando, sporadicamente, con Riccardo Spagnulo, il drammaturgo stabile della compagnia. E adesso ha esordito con un testo tutto suo, «The Black’s Tales Tour», dato in «prima» nazionale, nell’ambito della ventiduesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, al Le Roi Music Hall.

Non poteva offrirsi, per ospitare questo copione particolarissimo e lo spettacolo non meno particolare che ne discende, uno spazio più adatto. Un tempo conosciuto come sala da ballo Lutrario, nel 1959 venne ridisegnato dall’architetto Carlo Mollino in modo da suggerire, con la ceramica e il mosaico, l’idea di un bosco mutuato dallo shakespeariano «Sogno di una notte di mezza estate». E proprio il connubio fra l’idea del bosco e la pratica del ballo richiama, da un punto di vista potentemente simbolico, l’impianto concettuale di «The Black’s Tales Tour»: giacché nel bosco e nel ballo consistono, rispettivamente, il luogo inquietante per eccellenza delle fiabe e la metafora strenuamente diretta del disagio.

Di conseguenza, come avrete intuito, Licia Lanera basa la struttura drammaturgica sullo scontro (ma anche sull’interazione e sull’interscambio) fra l’inconscio collettivo in cui le fiabe affondano le radici delle loro infinite varianti nate in ogni parte del mondo e i soprassalti del proprio immaginario individuale.

Per la cronaca, le fiabe «nere» qui prese in considerazione sono, nell’ordine, «Cenerentola» dei fratelli Grimm, «La sirenetta» di Andersen, «La bella addormentata nel bosco» ancora dei Grimm e «Scarpette rosse» ancora di Andersen. E subito si determinano, lo scontro, l’interazione e l’interscambio a cui accennavo: prima che inizi il racconto di «Cenerentola», si sente fuori scena la voce di Licia che dice: «Io la notte non dormo / sono tre anni che non dormo / io invece di dormire penso alle persone persone persone / penso alle persone della mia vita / le persone / e man mano che passa il tempo e la notte cresce, queste persone si trasformano in creature strane, / e i pensieri si confondono e le cose cominciano a prendere vita».

Vedete che nel testo c’è (e non poteva non esserci, dal momento che parliamo del ricordo di fiabe notissime) un effetto d’eco, del resto ulteriormente amplificato da un microfono che all’affermazione «io la notte non dormo» fa seguire un eclatante «dormo dormo dormo». Ed è il primo manifestarsi dell’ossimoro che, potete intuire anche questo, costituirà da lì in poi il fondamentale e delirante e suadente leitmotiv dello spettacolo. Infatti, accade, poniamo, che allo splatter ante litteram determinato dalle sorellastre di Cenerentola che si tagliano l’una il dito grosso e l’altra un pezzo di calcagno per riuscire a calzare la famosa scarpetta Licia accompagni, sì, l’incubo del drago che plana verso di lei dalla sommità dell’armadio e la colpisce in faccia con un’ala, ma immediatamente lo commenti con lo sberleffo: «cazzo, di nuovo dal dentista!».

Sì, la vita è come il mare, che – lo seppe bene Ritsos, comunista severissimo e, insieme, tenero ed eterno innamorato – «non puoi tagliarlo a fette come la pagnotta, non puoi spartirlo, / è intero e vuole che anche tu sia intero, intero ti prende / e tu intero lo combatti, lo conquisti o lo perdi, sempre intero». E dunque ti porta, senza che tu possa impedirlo, indifferentemente l’«alto» e il «basso», il «bene» e il «male», il «vero» e il «falso».

A questo punto, però, debbo parlare della prova strepitosa che Licia Lanera fornisce in sintonia con la straordinariamente puntuale colonna sonora elettronica di Tommaso Qzerty Danisi. Non si tratta solo di una delle più intense e coinvolgenti prove d’attrice degli ultimi anni, ma anche, e soprattutto, di una vera e propria scrittura scenica, addirittura, in certe sequenze, più importante del testo a monte.

Occhieggiando Lady Gaga con un body e stivaloni al ginocchio in pelle nera, Licia rovescia sugli spettatori un’autentica valanga di squittii serpeggianti, borbottii incomprensibili, sussurri mielosi, scoppi d’ira avvelenati, ammiccamenti tendenziosi. Un virtuosismo vocale che, tenuto conto anche dei vari tipi di microfoni speciali utilizzati, rimanda – fatte, s’intende, le debite proporzioni – alle consimili performances del divino Carmelo. Voglio dire che, qui, il vero significante non è costituito dalle parole, ma dal corpo che quelle parole s’incolla addosso come una seconda pelle. Sicché, in merito a questo «duello» fra le celeberrime fiabe riproposte e i tormenti del vissuto di Licia, ancora una volta mi torna in mente ciò che Cesare Pavese scrisse nella prefazione ai «Dialoghi con Leucò», il più amato e fatidico dei suoi libri: «L’inquietudine è più vera e tagliente quando sommuove una materia consueta». Infine, la sequenza conclusiva è una fitta al cuore. Si sente «Je ne regrette rien» cantata da Edith Piaf, che, anch’essa, è un inno di passione per l’indifferenziato scorrere della vita. E Licia prende a raccontare dei suoi dialoghi notturni con un’orata che tiene nel freezer. E racconta che con i piccoli cristalli di ghiaccio che le restano sotto le unghie forma una scritta, ma non riesce mai a formare la parola che desidera: «eternità». E l’orata le dice: «se riuscirai a scrivere quella parola sarai padrona di te stessa e ti regalerò tutto il mondo e un paio di pattini nuovi».

All’ultimo ci riesce, Licia, a scrivere quella parola: al proscenio, con lettere enormi e, naturalmente, nere. Ve l’avevo detto che lei è una poetessa. Perché i poeti sono così. Se te la lasci scivolare addosso, la vita ti lascia in pace, di te nemmeno s’accorge. Ma se l’affronti, ti lascia nella carne e nell’anima, poiché è infinitamente più forte di te, ferite che non si rimarginano più. Ed ecco, i versi dei poeti e gli spettacoli dei poeti/attori e delle poetesse/attrici son proprio quelle ferite. L’unico balsamo che possono permettersi consiste in una celia estrema: «Ma è noto a tutti che io non so scrivere».

 


 

The black’s tales tour

(Valentina De Simone – Che teatro fa / la Repubblica.it – 27/06/2017) 

 

Questo è il racconto di una metamorfosi. Che ha inizio dal buio, in una sala da music hall con serpentine di

luci colorate al soffitto e specchi sbilenchi appoggiati al fondale di un palco poco rialzato. A Le Roi di Torino, per la ventiduesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, Licia Lanera porta in scena con The Black’s Tales Tour le fiabe che le fanno compagnia nelle lunghi notti insonni, quando il chiarore del giorno sembra solo un ricordo lontano e i pensieri corrono veloci come raffiche, che t’inchiodano al suolo o ti solleticano la fantasia.

Ci vuole coraggio ad affrontare il dolore, ce ne vuole ancora di più a volerlo raccontare, lasciando cuore, pelle e nervi scoperti alla fragilità del dubbio e dell’attesa. Ma di audacia e, perché no, pure di follia l’attrice, regista e ora, per questo suo nuovo lavoro, anche autrice barese, non ha mai fatto difetto, (di)mostrando muscolatura e ghigno sempre pronti a scattare.

Nella nebbia fitta, in un bosco tetro di scariche di luce, che nell’oscurità rivelano lampi di una fisionomia ancora celata, e di riverberi musicali che richiamano influenze arcaiche nella pastosità del loro timbro terrigeno, un’eco vaga di parole si fa pressante e chiara quando, microfono stretto alla bocca, Licia Lanera pronuncia i versi iniziali della sua litania notturna, del suo vagabondare irrequieto fra visioni e paure, fra esseri umani che diventano creature immaginarie ed incubi che acquistano la consistenza della realtà. «Io la notte non dormo, sono tre anni che non dormo, io invece di dormire penso alle persone, persone, persone […]», e su questa sinfonia cupa, su questo sortilegio/preghiera invocata per trafiggere l’ignoto, la vediamo emergere dalle tenebre, la carnagione lattea fasciata in body e stivaloni fin su le ginocchia di pelle neri, per dirci le sue storie. Sue perché, accanto alle fiabe dei fratelli Grimm e di Andersen che sceglie, nell’ordine “Cenerentola”, “La sirenetta”, “La bella addormentata nel bosco” e “Scarpette rosse”, è il sovrapporsi e l’innestarsi e il mescolarsi del suo vissuto personale, della sua carica immaginifica ed onirica ad alimentare una drammaturgia che affonda i suoi artigli nella carne, che si fa lingua da ascoltare con il corpo, con i suoi battiti imperfetti, con le sue frequenze a vuoto. E così accade che alla vicenda sanguinosa delle due sorellastre di Cenerentola, disposte a tutto, pure a mozzarsi alluce e calcagno per farsi entrare la famosa scarpina, la Lanera risponda con il suo terrore del drago appollaiato sull’armadio di casa. E poi, ancora, ci sono principi tutt’altro che azzurri che non sanno mai scegliere, cuori che esplodono, occhi cavati, piedi amputati, scarpette rosse che sono delirio ossessivo e occulta delizia per chi, come la protagonista, ha una (in)sana passione per le scarpe. Tra horror, splatter e dinamiche da videoclip, le donne raccontate da Licia Lanera sono eroine fragili e umorali, ben lontane dagli stereotipi di perfezione propinatici nelle versioni mainstream delle fiabe. E a guardarla aggirarsi sul palco, le movenze incalzanti di una pop-star dal cipiglio pericoloso, le labbra spalancate sul microfono quasi divorato, poi portato addosso, appoggiato alla gola, per far sentire le vibrazioni di quella macchina instancabile e fiera che è la sua anatomia, viene da abbandonarsi alla scossa tellurica di emozioni, sentendosene quasi minacciati.

Con una sapienza antica, Licia Lanera impasta dolore e voce quando si lascia andare al suo bestiario di borbottii, di gorgoglii, di sussurri violenti, di accessi d’ira, di rigurgiti, come in un rituale nero da “Terra del rimorso” di Ernesto De Martino, con lei, donna-taranta che allo stesso modo si fa carico delle proprie ferite e le sublima in un parossismo all’ultimo fiato.

Sul finale, sulle note avvolgenti e malinconiche di Edith Piaf, l’attrice si lascia andare alla sua ultima confessione, i suoi dialoghi, sempre notturni, con un’orata che si tiene intatta nel frigo e che ogni volta le promette felicità e pattini nuovi se riuscirà a comporre la parola “eternità”. Come una bambina Licia ci prova e ci riprova ad impilare le grosse lettere nere che si è portata fin sopra il proscenio e all’ultimo ci riesce, pur lasciando nella sequenza una “n” al contrario. Perché, come lei stessa dice, «è noto a tutti che io non so scrivere».

Di metamorfosi, dunque, parlavamo in apertura e, a seguire la parabola artistica della Lanera e la sua potente prova in solitario con questo The Black’s Tales Tour, non si può che rimanere colpiti dalla portata generativa della sua evoluzione. È il suo il vero corpo del reato in questo duello delle identità, in questo concerto a cui contribuiscono l’elettronica quanto mai sintonica di Tommaso Qzerty Danisi, che modula alla perfezione tormenti e strappi dell’anima, e le luci ben disegnate da Martin Palma che, seppur non favorite dall’ambientazione, danno spessore metafisico e aprono

squarci imprevisti su quest’abisso di profondità.

 


 

Perché il teatro? Puglia, estate 2017

(Lorenzo Donati – altrevelocita.it)

 

[…] Hai paura del buio? The Black’s Tales Tour

 

Licia sta là sul palco al nostro posto. Le sue paure, la foresta scura nella quale mette piede è la nostra stessa, se solo avessimo la forza per attraversarla. The Black Tales Tour è uno spettacolo intimo, dove Licia Lanera, in veste di attrice, regista e drammaturga (convincente affermazione anche di un nuovo corso artistico di Fibre Parallele) si approssima a un’interiorità primigenia con la quale non siamo più abituati a fare i conti. Ci siamo dimenticati di avere paura del buio, e che quella paura è importante e necessaria. Lanera ce lo ricorda, per questo nel buio ci sta anche per noi. Entra in scena con un body di pelle nera, la sua voce accarezza il nostro udito, il microfono ne amplifica le pieghe e le striature, a tratti è quasi una voce da bambina, altre volte si fa conturbante e ottundente. Questa figura sembra stare in piedi su un cubo da discoteca e ci informa di non riuscire più a dormire. Dice di pensare alle persone della sua vita, che poi si trasformano in creature che mettono paura. Ci invita a stare svegli e inizia il racconto, cominciando da Cenerentola nella versione dei Grimm, la bambina che vive nella cenere, che scappa alla festa, che incontra il principe e balla; la sua voce si stira, si arrota nel rovello delle sorellastre invidiose, i bassi dell’elettronica composta ed eseguita live da Tommaso Qzerty Danisi sono come lamine che pungono i sensi; ora la seguiamo in frammenti di trance dionisica ritimica: Cenerentola balla e Licia pulsa, col corpo, auscultando il ritmo del sangue. Nelle fiabe scelte si annida quella crudeltà dei bambini capace di dirci come stanno le cose, queste fiabe non ci fanno da specchio ma da doppio, un “come potrebbe essere” che non vogliamo più ascoltare perché sappiamo di poterci trovare qualcosa di vero e tremendo. Seguendo le suggestioni di Cristina Campo, Licia Lanera usa la fiaba non come ipotesi simbolica necessaria per la crescita, ma come ombra oscura per chi è già grande. Come quando ci porta nelle profondità e nelle altezze della voce della Sirenetta, bellissima ragazza che ha salvato un principe, è stata illusa e ora vive il dissidio di ogni amante, quando amore e morte coincidono in un annullamento dell’io. I diversi personaggi si manifestano grazie ai polifonici timbri vocali, una consistenza drammatica attoriale cangiante. Sceglierà di uccidere il principe, la Sirenetta? O si sacrificherà diluendosi tra le schiume del mare? Sotto alla voce c’è una nota fissa costante che si spezza con rintocchi melodici, prima del mare eravamo tornati nella stanza della donna, a guardare i mostri del suo armadio, sale lo straziante vocalizzo della cantante Sevdaliza, che ascoltiamo in audio e che ci ricorda il suo essere umana:

 

Iamflesh, bones
Iamskin, soul
Iam human
Nothing more than human

 

Sì, è umana, come quando più avanti impasterà l’ossessione per il possesso di numerose paia di scarpe con la fiaba Scarpette rosse, preda di una nevrosi che confonde l’orizzonte privato con la finzione teatrale. Degli stocchi elettronici acuti si rincorrono insieme a tintinnii che paion fortissimi, scavandoci l’udito.
Che cosa tocca Licia Lanera, con The Black Tales Tour? Cosa smuove in noi? Ascoltando i suoi racconti ci accorgiamo di conoscere già quelle storie, come se quel torbido fosse di tutti. «Tu mi ami?», chiede agli occhi che spuntano sul suo armadio, e che solo lei vede nel buio della sua stanzetta. Qui forse sta una possibile chiave, nell’approssimarsi a figure femminili perdute perché non si risparmiano, figure che non conoscono convenienze e mezze misure. Donne che han capito che amare s’approssima a morire, come insegnano le fiabe. Eppure non c’è né compatimento né eroismo perché Licia non parla di Licia, quella figura sulla scena non è direttamente sovrapponibile con la sua biografia, così come non si tratta di una pura invenzione scenico-letteraria. È una figura di sogno, un sogno concretissimo e vivido che nel finale suggerisce una strada collettiva nel pensare un’eternità che sostanzia ogni relazione amorosa e umana (Non mi rammarico di nulla, canta Edith Piaf e Lanera sposta delle lettere nere con le quali compone diverse parole, come appunto “eternità”). Dopo che queste black tales ci hanno mostrato l’ingresso, siamo pronti a entrare nel nostro labirinto appartato e collettivo?

 


 

I Teatri della Cupa, un’anomalia possibile

(Michele Di Donato -ilpickwick.it – 28/09/2017)

 

[…] The Black’sTales Tour, visto una prima volta nella sua embrionale versione di studio – col titolo di Licia legge le fiabe – proprio a Novoli un anno fa, in una forma che prevedeva lettura copione alla mano per spettatori adagiati sui letti; rivisto poi a Caserta in una forma teatrale, con tanto di musicista in scena e infine ritrovato un anno dopo a sempre a Novoli, in teatro, in una compiutezza scenica che segna il punto di arrivo di un percorso che ha trovato la sua quadratura definitiva, chiudendo un cerchio laddove l’aveva aperto. Se la prima visione s’era lasciata dietro le incognite connaturate ad un lavoro ancora in divenire, nella sua seconda tappa lo spettacolo della Lanera appariva ancora in bilico tra una vocazione noir ed una chiave d’approccio più leggera, giocata sull’interazione del musicista in scena (Tommanso Qzerty Danisi, fondamentale nell’affrescare le tinte fosche d’un imprescindibile paesaggio sonoro), ed anche con una interazione col pubblico a tratti addirittura giocosa, che mal si coniugava con l’ispirazione dark delle fiabe interpretate; in questo ultimo approdo, infine, il lavoro appare aver acquisito nerbo e sostanza, calando  lo spettatore sin dal principio – per poi tenerlo senza requie – in una dimensione inquietante, che monta col pompare del sonoro cupo e ridondante, profondo e squassante: “Io la notte non dormo. E vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu”; una dichiarazione d’intenti, una promessa poi mantenuta di afferrare lo spettatore e farlo prigioniero di un incubo, suo, nostro, condiviso. È una messinscena compiuta e pregna quella che regala la Lanera, le inquietudini prendono forma di carne e suono; è in centro scena, si muove e modula la voce, body nero e stivali d’identico colore, psicagoga di anime trascinate all’inquietudine, s’inginocchia, s’accascia, si rialza, la sua voce si fa tutt’uno con il noise di fondo, urla lacerate e strozzate disegnano la truculenza delle fiabe, perturba e scuote, senza posa, passando da una fiaba all’altra, cambiando timbro, ora querulo e stridulo, ora di nuovo profondo e avvolgente, il tappeto sonoro diventa tutt’uno con lei, il respiro si fa rantolo, la voce incalza, singhiozza, lacera le parole, le mastica e le sputa e, insieme ad esse il bolo delle nostre inquietudini profonde ci viene restituito senza sconti, fino ad un epilogo che circolarmente riconduce a compimento l’inizio: si disegna la parola “ETERNITÀ”, che riconduce all’ingresso di questo labirinto onirico, attraversato seguendo il filo della voce di questa sacerdotessa nera e

la linea immaginaria disegnata dal suo corpo.

Alla grande potenza espressiva d’attrice si coniuga una composizione strutturata e organica: da Licia legge le fiabe a The Black’sTales Tour il percorso è giunto a compimento. Dimostrazione di come alla base del lavoro della Lanera ci sia una ricerca del perfettibile, un desiderio di non accontentarsi e una consapevolezza del proprio lavoro e della propria capacità di rielaborazione.

 


 

Licia Lanera, regina senza fiaba

Licia Lanera presenta in prima regionale The Black’s Tales Tour al Teatro Comunale di Novoli durante la terza edizione de I Teatri della Cupa. Recensione

 

(Lucia Medri – teatroecritica.net – 9/08/2017)

 

C’è una ragione per cui le fiabe si leggono ai bambini prima di andare a dormire: è di notte, dopo le cose viste, conosciute, temute e sudate, che affiorano i pensieri, le aspettative e le ansie accumulate durante la veglia. Quando si è piccoli qualcuno ce le legge, quando si cresce, ce le raccontiamo da soli per ritrovare un ordine risolutivo – già analizzato da Vladimir Propp nel 1928 nel saggio Morfologia della fiaba – per desiderare un lieto fine, dando alle nostra paure un volto di mostri, streghe o orchi. È l’insonne teatro di un’esistenza che spera nella fiaba, per certi aspetti più crudele della vita stessa ma quantomai determinata a un numero di pagine finito, con eroi, principesse, aiutanti e cattivi dai tratti compiuti. Seguirete allora The Black’sTales Tour per riascoltare di nuovo i racconti di Andersen e dei fratelli Grimm nel corpo, voce e gesto di Licia Lanera (Premio Ubu come miglior attrice under35 nel 2014) dopo aver debuttato in prima nazionale a giugno al Festival delle Colline Torinesi, ha proseguito la tournée di questo ultimo spettacolo prodotto da Fibre Parallele presentandolo in prima regionale nella sua terra, in Puglia, a I Teatri della Cupa, nel Teatro Comunale di Novoli. Il Festival del Teatro e delle arti nella Valle della Cupa è giunto al suo terzo anno, nato dalla residenza artistica delle due compagnie Factory e Principio Attivo Teatro e diretto da Tonio De Nitto e Raffaella Romano, con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese.

Entreremo nell’antro abitato da una creatura di femminea natura, di latex vestita e con scarponi ai piedi; di furia aggressiva e mostruosa come sanno esserlo le bestie ferite che non riescono a prendere sonno… Licia legge le fiabe era lo studio in forma di reading – alcuni lo avranno visto lo scorso anno qui a Roma durante Short Theatre 11 – che anticipava, con ben altra forma, The Black’s Tales Tour nel quale ora Licia Lanera quelle stesse fiabe le ha decisamente incorporate fino a farsi loro incarnazione.  «Io la notte non dormo e vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu»: l’agognato tormento è un incantesimo che non riposa, stretto nei pugni, sbattuto nei piedi, contratto nei muscoli.

L’eco della voce nel microfono è sorretta dalla musica onirica e elettronica di Tommaso Qzerty Danisi che unita al disegno luci di Martin Palma, creano un crescendo sinestetico in cui la luce scolpisce e il tessuto sonoro avvolge la figura dell’attrice, unica padrona della scena di Giorgio Calabrese. Con sensualità terrigna, Lanera racconterà delle donne attorno le quali sono nate le fiabe di Cenerentola, La Sirenetta, Biancaneve, Scarpette rosse e La regina delle nevi: sarà nella voce perduta di Ariel, nella solitudine di Cenerentola, nel sonno di Biancaneve, nella corsa inarrestabile e infernale di Karen, nel ghiaccio impenetrabile della regina delle nevi. Più che nel gesto, è nella voce e poi nel canto che si concentra il lavoro attoriale esplicitato attraverso un’equilibrata sintesi drammaturgica nata dalla riscrittura inedita e personale di ciascuna fiaba, unita a risate, grida, biascichi, sussurri. Lanera dà prova di sensibile introspezione, di essere riuscita a scendere nel fondo macabro di ciascuno dei racconti cogliendone quella crudeltà che è cifra popolare e dunque rituale. Le fiabe di Licia sono testimonianze di un rito di passaggio (come quelli analizzati nel 1909 dell’antropologo Van Gennep) compiuto in scena dalla stessa attrice, elaborazione di un percorso iniziatico costituito da diverse fasi e stati d’animo, ciascuno rappresentato a sua volta da una diversa protagonista. “Black” non è tanto la forma scelta, non è l’involucro accattivante col quale si racconta di queste storie, quanto piuttosto è l’inevitabile risultato di un lavoro intimo e stimolatore di domande e riflessioni per le quali la biografia dell’attrice incontra quella delle protagoniste delle fiabe.

Licia sarà ognuna di loro, diva ferita alla ricerca stavolta della sua di fiaba. Non riuscendo a vivere, né a scrivere, lei, di quel desiderio di infinito rappresentato in scena da otto lettere posizionate in proscenio che l’attrice anagrammerà dapprima in modi diversi per poi finalmente riuscire a comporre, nel finale, la parola eternità. «Arriva un tempo in cui le fiabe che conosci da sempre sono una scusa per dire
di te. E dici ciò che mai, altrimenti, avresti avuto il coraggio di dire». Ciò che nessuno oserebbe dire. Per questo quando ritroviamo in scena quel “non detto condiviso” di umore nero ora bagnato di luce, sconvolti e emozionati restiamo in silenzio con le nostre fiabe, coi sogni diventati bisogni di futuro, con l’illusione di un “e vissero felici e contenti” nonostante siamo incapaci, tutti, di concepire l’eternità in quanto tempo che non ha né inizio né fine.

 


 

Teatro Parenti

Fiabe da incubo per esplorare l’inconscio

(Claudia Cannella – Corriere della Sera (ed. Milano) – 30/10/2017)

 

«Io la notte non dormo e vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu». Già dall’inquietante incipit si capisce che l’ultimo spettacolo di Licia Lanera, anima della compagnia pugliese Fibre Parallele, affonda le sue radici nell’autobiografia, intrecciata con alcune celebri fiabe. «The Black’s Tales Tour», in scena al Parenti da domani, va infatti a esplorare quattro figure femminili presenti in altrettante favole «nere»–  due dei fratelli Grimm («Cenerentola» e «Biancaneve») e due di Andersen («La sirenetta» e «Scarpette Rosse») – e i loro riverberi sull’inconscio personale e collettivo. «Sono rimasta colpita dagli aspetti cruenti di queste storie – dice Licia – che io ho condito con altri particolari ancor più cruenti che ben si sposavano con il mio immaginario splatter.

La scoperta di questi mondi è coincisa con un periodo della mia vita in cui non dormivo e facevo sogni angosciosi ad occhi aperti. Ho iniziato ad associare la mia insonnia con queste fiabe da incubo, che alla fine sono diventate un pretesto per raccontare di me attraverso vizi e sconfitte delle protagoniste». Donne che sono quindi delle anti eroine, perdenti e molto umane nel loro provare invidia, amori infelici, ossessione per la bellezza o per altri oggetti. Vestita come una pop star, stivali neri e body in latex, «perché oggi per le ragazzine le vere icone sono Le Lady Gaga, non Cenerentola», Licia Lanera attraversa, con ironia feroce, meccanismi di autodistruzione che, quando va bene, segnano il passaggio delle protagonista all’età adulta.

«Cenerentola rappresenta l’ambizione forte di fare uno scarto sociale, da serva a moglie del principe, ma anche la punizione crudele rispetto a chi si comporta male, cioè le sorellastre. Nella “Sirenetta” si parla del rapporto con la delusione d’amore e dell’incapacità di imporsi scegliendo invece la via del sacrificio, mentre in “Biancaneve” spicca il tema dell’invidia da parte della matrigna e della sua ossessione per la bellezza e la giovinezza. Altra ossessione autodistruttiva, ma per le cose, è al centro di “Scarpette rosse”. E io lo so bene, visto che posseggo 72 paia di scarpe!».

 


 

Ripetuti applausi per l’attrice al Teatro del Cerchio

L’intensa presenza di Licia Lanera

(Valeria Ottolenghi – Gazzetta di Parma – 1/11/2017)

 

Sangue. Chi soffre d’insonnia vede molteplici immagini, visioni allucinatorie, ombre ossessive, persone (parola ripetuta più e più volte): ritornano allora le fiabe, come «Cenerentola», «La Sirenetta» o «Scarpette rosse», protagoniste alcune figure femminili, dove si raccontano atroci sofferenze. Davvero riuscivano a far prendere sonno ai bambini? Vengono raccontate così anche ora? Gocciola il sangue dai piedi delle sorelle di Cenerentola, accorciati da loro stesse per sposare il principe, e chi tanto amava quelle scarpette rosse, condannata a un ballo senza soste, arriverà a chiedere al boia di usare la scure su di lei che tanto aveva bisogno di riposare.

Licia Lanera (autrice, regista e unica protagonista in scena) si rende visibile tra onde di fumo e musica avvolgente in «The Black’s Tales Tour», ottimo sound design Qzerty Danisi che l’accompagna in diretta: prima se ne era udita solo la voce, nell’inquieta notte senza sonno tra miraggi d’incubo, anni che dorme da sola senza riuscire mai a riposare davvero. Un’apparizione pop: con body nero e microfono in mano, Licia Lanera è riuscita a conquistare il folto pubblico del Teatro del Cerchio raccontando, muovendosi a ritmo,  uno spettacolo – luci di Martin Palma, produzione Fibre Parallele – costruito rigorosamente, una sorta di concerto narrativo carico dei pensieri foschi della notte, quando il subconscio libera immagini anche violente, dalle motivazioni segrete, con sorellastre da punire brutalmente o il desiderio/terrore di castighi per eccesso di vanità. Nel buio visioni crudeli censurate alla luce del giorno? È anche questo il teatro? La fiaba di Cenerentola – nella versione più cruda in ogni passaggio, dei fratelli Grimm – è raccontata in forma più articolata, con una protagonista che sa anche esprimere chiari desideri all’albero della crescita presso la tomba della madre. Solitudine, dolore e morte anche con «La sirenetta» di Andersen che preferisce svanire lei, diventare schiuma nel mare, piuttosto che uccidere il principe, il cui sangue, sui suoi piedi, l’avrebbe salvata. Impossibile poi liberarsi del tormento delle scarpette rosse…

Licia Lanera, dall’intensa presenza scenica, Premio Ubu, pare ipnotizzare gli spettatori tra sfumature di ironia e follia intrecciate. I piedi, il sangue. La voce di Edith Piaf: «Non, je ne regrette rien». Gli elementi/ lettere nere che compongono la pedana formeranno infine la parola «Eternità». Pensieri di ghiaccio: un’orata nel freezer – e…un paio di pattini nuovi! Altri incubi/simboli che premono nascosti? Applausi e applausi, ripetuti, esplosivi: proprio come a un concerto.

 


 

Le fiabe rimandano alle nevrosi di oggi

(Simona Spaventa – La Repubblica (ed. Milano) – 4/11/2017)

 

La notte, l’insonnia, i fantasmi sanguinosi di fiabe antiche e crudeli. È una discesa negli inferi e nell’inconscio, ma con modi e ritmi da concerto rock, The Black’s Tale Tour, nuova produzione di Fibre Parallele, avanguardia barese della nuova scena, e impressionante prova a tuttotondo per la fondatrice, Licia Lanera. Premio Duse e Ubu under 35, l’attrice è qui anche regista e attrice di un monologo che va ben oltre la parola per farsi complesso meccanismo teatrale, spericolata performance dark: fondamentale il sound design creato in diretta da Tommaso Qzerty Danisi, amplificazione sonora dei pensieri e dei rivolgimenti interni di un’anima, e  di un corpo, alla deriva di una solitudine dolorosa e notturna. Lunghi momenti di buio accolgono lo spettatore in sala: una sospensione misteriosa spezzata da bisbigli stregoneschi amplificati al microfono. Poi, tra fumi e nebbie, compare l’attrice, rockstar maledetta in corpino e stivaloni neri che lancia inquietanti parole: «Non dormo, sono tre anni che non dormo». È l’incipit di un viaggio verso un cuore di tenebra popolato di ansie personali e figure mitiche: le donne oppresse, violate, sacrificate, maltrattate, uccise dei più crudeli testi della tradizione popolare, le fiabe.  Anche se a un tratto ci si illude di cavalcare verso la felicità, non c’è pace per chi è femmina nei racconti antichi di Andersen e Grimm, e Lanera ce lo schiaffa in faccia rifiutando ogni edulcorazione alla disney, e recuperando le versioni originali e più truci di Cenerentola, della Sirenetta e di Scarpette Rosse. Piedi tagliati, sangue, tradimenti, morti per amore. Il dolore di generazioni di donne oppresse torna come memoriale liminale e profonda nei deliri della protagonista insonne, e si fa voce ancestrale, grido, sospiro, rantolo, in un ponte onirico che unisce archetipo e nevrosi contemporanea, scavo vertiginoso nell’abisso che, con sapiente equilibrio, non rinuncia all’ironia, al gioco coi generi, al gusto istrionico dell’esibizione. Da vedere.

 


 

 Lanera strega e le sue performing-tales per una non buona notte

(Francesca Romana Lino – fattiditeatro.it – 9/11/2017)

 

«Le favole non servono a spiegare ai bambini che i draghi esistono. Questo i bambini lo sanno già benissimo da soli. Le favole servono a spiegare ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», teorizzava Gilbert Keith Chesterton. Ecco, se questa è l’idea con cui abbiamo cercato di esorcizzare i mostri dei nostri incubi infantili indotti, l’ultimo lavoro di Licia Lanera ci invita a girar pagina e tornare a nasconderci sotto metaforiche coperte.  Succede così, in “The Black’sTales Tour”, ultima produzione di Fibre Parallele – testo, interpretazione e regia di Licia Lanera, sound design Tommaso Qzerty Danisi -, che il Teatro Franco Parenti di Milano propone in cartellone a cavallo di Halloween, dal 31 ottobre fino al 12 novembre 2017.

Eppure queste tales – favole –, del mondo di fate e orchi conservano poco: lontane dalla versione edulcorata del “…e vissero tutti felici e contenti”, affondano nelle origini horror dei racconti dei fratelli Grimm, sì, ma poi giocano pure a rimpiattino in un costante andirivieni con la realtà. È quella di Licia Lanera, o forse del suo personaggio-narratore, che, in un buio che più buio non si può, per i lunghi minuti iniziali ce la mette tutta per provare a terrorizzarci: sfodera un campionario di sospiri, rumori, lamenti da film horror, che le tenebre non fanno che amplificare, specie se, come qui, vengano protratte. Sfida interessante in un medium come quello teatrale che, per sua natura, invece, è al tempo stesso voyeristico ed esibizionista – nel quale, cioè, la vista è elemento irrinunciabile e il fatto stesso di precluderne l’uso mette a dura prova l’implicito patto fondativo.

Ma perché Licia vuol farci questo? Perché “sono tre anni che non dormo […] che dormo da sola, ma non dormo da sola – ci dice, con la voce roca e sinuosa dei nostri peggiori incubi, per poi concludere, degna strega, che, se soffre, non può soffrire che anche gli altri non soffrano – e voglio che stanotte non dorma neanche tu… e tu… e tu…”, in una ripetizione, ossessiva, che altera, stromba e deforma tutti i possibili interlocutori con l’evidente intento di terrorizzarci.

Inizia così a raccontarci una favola, la prima, quella di una “Cenerentola” made in Grimmland, attraverso cui ci mostra la sua misura: le parole sono esattamente quelle della favola, ma tutta sua è la maestria – performativa -, nel raccontarcela. Un lavoro interessante e preciso, quello che Lanera fa sulla voce: strizzata in una tutina da valchiria dark – le manca solo la frustra, ma è egregiamente sublimata in quel microfono attraverso il quale sferra brucianti sferzate vocali -, complice anche il registro fiabesco, modula una vasta gamma di provocazioni acustiche. Dall’affabulatorio allo spaventoso, dal conciliante all’ironico, contraffà i tratti dei differenti personaggi, in un carosello farsesco e grottesco, che pare risparmiare soltanto lei, Licia/Cenerentola, in fine coronata da un the end, che oltre che happy, in più è well done, in quanto capace di ristabilire le sorti, senza paura di dover ossequiare un non meglio precisato buonismo residuale.

Ma non basta a scacciare gli in-cubi, che le dormono addosso.

Gli occhi fluorescenti del drago continuano a spiarla da sopra all’armadio e non c’è altro verso, per provare a commuoverlo, che di chiederglielo direttamente: “Per te – inizia – ho dato via la mia voce e rinunciato alla mia coda di sirena” e poi, quasi indicibile: “Ma tu rispondimi: sinceramente mi ami più di tutte le altre?” “Certo – è la voce di chi ancora ne ha una -, perché tu assomigli a una ragazza, che una volta mi ha salvato la vita. Non sei tu, ma le somigli…”: inizia così il grande equivoco, che porterà la Sirenetta a sciogliersi in schiuma, perché non tutte le fiabe hanno un lieto fine. Prosegue allo stesso modo – fra fumi da concerto pop, tagli di luce ad effetto e musiche e suoni concepiti apposta per stordirci e confonderci -, quella che si delinea sempre più come una performance. La narrazione si essenzializza – emblematico, l’esempio della favola di “Biancaneve”, liquidata in poche fulminee anafore -, non indugia più nel divertissement del gioco di ruoli e stili, ma si trasforma – ancor più in “Scarpette Rosse” – in una vertigine vorticosa, dal ritmo sempre più sconnesso, ossessivo e ossessionante come quelle scarpette fascinose – fatate o indemoniate: che differenza fa? -, che non c’è verso di togliersi di torno neppure dopo che il boia le abbia tranciato via i piedi, pur di liberarla.

Il tutto, in una scatola nera, di un nero lucido come quello degli stivali e del corpetto in pelle di Licia, che strizza l’occhio alla colata di pece con cui, al terzo giorno, finalmente, il Principe – “che era un po’… era un po’… un po’…”, aveva più volte ironizzato la Lanera – fece ricoprire il corridoio imboccato da Cenerentola per scappar via; ma vi rimase invischiata la scarpetta. Torna, il simbolo della scarpa: oggetto del desiderio – ma forse pure stigma di un consumismo sirena-e-giogo della donna/oggetto -, quasi a significare il mostro – questo sì – a due teste, che è la-paura-e-il-desiderio di autonomia ed emancipazione di questa donna moderna.

Impazzano, le note di quel “Rien de rien”, in cui, candida, Édith Piaf confessava:“[…] no, non rimpiango nulla…”, mentre lei prova a giocare con la ricerca di una sua identità. In “RETE” – chissà se allude alla trappola della Sirenetta o alle potenzialità del web… -, “TENERA”, bramosa di “TENERTI” – come in fondo, rivela, ad un improbabile Principe Azzurro, che se anche non c’è, se da tre anni dorme da sola e non dorme, chissà quanto somiglierebbe ai Principi-fantoccio di queste favole, qualora dovesse arrivare… Questi gli anagrammi, che ne svelano l’anima, dopo averla falsamente sorretta, piedistallo di quella dominatrice, vincitrice e vendicata, che forse in fondo non è. Perché se vero è che Nessuno si salva da solo – come recitava il titolo di un romanzo della Mazzantini -, è altrettanto vero che perfino Walt Disney lo ha capito e, già con Mulan, Pocahontas, Raperonzolo e, ancor più con “The Brave” o la stessa Anna di “Frozen”, rinuncia all’immagine della dolce inerme fanciulla in attesa del Principe Azzurro che venga a salvarla.

Dunque una performance-pop per far riflettere su intimissimi fantasmi e modelli sociologici in pubblica trasformazione; peccato, forse, che la parte performativa, complice anche l’interessante lavoro sull’uso della voce e del suono e gli spettacolari effetti visivi, un poco distolgano da questa riflessione, che, se arriva, forse lo fa più a livello subliminale.

 


 

The Black’s Tale Tour: E non vissero tutte felici e contente

(Marì Alberione – duels.it – 5/11/2017)

 

«Io la notte non dormo… Sono tre anni che non dormo… Penso alle persone della mia vita». Comincia così The Black’s Tale Tour scritto, diretto e interpretato da Licia Lanera, prodotto da Fibre parallele, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 12 novembre.

Nel buio odoroso di incenso che ha accolto gli spettatori le prime parole che erompono hanno echi shakespeariani («Macbeth ha ucciso il sonno; è l’assassino del sonno innocente, il sonno che ravvia, sbroglia, dipana l’arruffata matassa degli affanni…») e proustiani («Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevano gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava»).

Poi compare lei. Una dea tatuata in body di lattice con stivaloni di pelle e dalle ciocche turchine. Una fata sui generis, un’apparizione potente e inquietante che con il tradizionale incipit «C’era una volta…» si mette a narrare alcune fiabe, scritte dai fratelli Grimm e da Hans Christian Andersen. Non si tratta della versione rassicurante ed edulcorata che tutti conosciamo, ma di quella originale, spietata e crudele, che, appunto, toglie il sonno. Non a caso il titolo dello spettacolo fa riferimento al colore (black) e non alla sfumatura (dark).

C’è Cenerentola che arriva a riscattarsi dalla sua triste situazione, a scapito delle perfide sorellastre che, non solo non esitano ad amputarsi parte degli arti inferiori per diventare regine, ma a cui verranno cavati gli occhi e «punite con la cecità di tutta la vita perché erano state false e malvagie». C’è la Sirenetta«che per amore morì» dopo aver cercato di coronare il suo sogno d’amore e aver rinunciato alla sua coda di pesce e alla sua voce cristallina. E Biancaneve alla cui vita attenta in più di un’occasione l’invidiosa matrigna punita alla fine e costretta a ballare con scarpe roventi fino alla morte, proprio come la protagonista di Scarpette rosse (accessorio presente anche in La regina delle nevi), costretta a chiedere al boia di tagliarle i piedi per trovare pace.

Licia Lanera si lascia letteralmente abitare dai personaggi a cui dà voce, corpo e anima. Parla di donne disposte a tutto, che non esitano a mutilarsi per far carriera, a rinunciare alla propria natura per uomini fatui e inconsistenti, creature invidiose e perfide, sfinite dallo shopping ossessivo-compulsivo, che aspirano all’eternità, non rendendosi conto della loro caducità. Nelle note di regia afferma: «Arriva un tempo in cui le fiabe che conosci da sempre sono una scusa per dire di te» (e, tornando al titolo, The Black’s potrebbe sottolineare proprio questo aspetto, visto che corrisponde alla traduzione del suo cognome in inglese): parla di sé e di ognuna di noi e, infatti, a un certo punto canta «I’m human, nothing more than human», il brano di Sevdaliza, mentre in un altro momento, in questo gioco di rimandi e incarnazioni, diventa Lady Gaga («Baby you gave up, you gave up»). In tutto lo spettacolo la musica fa da contraltare alla potenza delle parole: ci cala in un universo onirico, in cui l’incubo prevale. Bellissimo il lavoro di sound design realizzato dal vivo da Tommaso Qzerty Danisi, così come le luci di Martin Palma. Una discesa nelle tenebre, dove il lieto fine non è previsto.

 


 

Ma le donne sognano ancora il principe azzurro? Viaggio nel “The Black’s Tales Tour” di Licia Lanera

(Giulia Alonzo – exibart.com – 9/11/2017)

 

Una si sposa e vive felice e contenta con il suo principe azzurro, una viene ammazzata perché troppo bella, una si suicida perché l’uomo dei suoi sogni sposa un’altra e all’ultima si spezza il cuore perché ha trovato la redenzione dai propri peccati. Quattro donne, quattro modelli di femminilità con i quali le bambine di tutto il mondo crescono: Cenerentola, Biancaneve, la Sirenetta e Scarpette rosse sono le protagoniste al Teatro Franco Parenti di Milano di “The Black’s Tales Tour” di e con Licia Lanera di Fibre Parallele, gruppo di punta della ricerca teatrale italiana.

Ancora prima che la sagoma di Licia Lanera, vincitrice del Premio Ubu 2014, si stagli in controluce, la sua voce metallica si espande nella sala: racconta di un sogno o di un incubo, dell’insonnia e del reale, dell’incapacità di distinguere le due dimensioni. Musica elettronica riempie lo spazio, finché uno spot si accende in fondo al palco delineando la sagoma della protagonista con il microfono impugnato come un pugnale. Vestita con un attillato body nero di latex e alti stivali di pelle da biker, avanza con passo sicuro verso il pubblico salendo su un piccolo palchetto, e inizia a raccontare la storia della bambina che, dopo la morte della madre, è stata costretta a vivere nella cenere.

Questa Cenerentola rock svela la parte più buia delle favole: cosa c’è di reale in ogni racconto? Quanto e come ogni racconto ha plasmato l’immaginario collettivo, trasformando i sogni delle protagoniste della nostra infanzia in condizione di realizzazione sociale? Possibile che nel 2017 una donna sia ancorata a storie così antiche, che le alimentano ambizioni e aspirazioni di vita?

In un viaggio elettronico, suonato live dal musicista pugliese Tommaso Qzerty Danisi, in cui emerge il lato onirico e ossessivo più dark di Licia Lanera, che scrive interamente il testo, sembra di sì: la voce, il suono e il gesto si fondono creando una dimensione altra in cui sembra possibile una rivincita, in cui sembra che ci sia spazio per una modernizzazione del pensiero.

Ma alla fine le favole finiscono tutte allo stesso modo, un po’ splatter, già raccontate dai fratelli Grimm e da Andersen. Solo la forma cambia, le voci diventano mille, le luci si abbassano e la musica è martellante, ma la morale resta la stessa: ieri come oggi rimangono saldi gli stereotipi di una subalternità femminile superata solo in teoria, che tuttavia non lasciano spazio a una rivincita personale. Resta solo la desolazione di una conversione notturna con un’orata nel freezer in un finale sospeso e un po’ troppo autoreferenziale.

 


 

The Black’s Tales Tour

Se le favole diventano incubi notturni

(Magda Poli – Corriere della Sera – 09/11/2017)

  

Le favole dei fratelli Grimm e Andersen possono risultare per un adulto degli incubi da non raccontare ai bambini, capaci invece ad attivare in lui emozioni e idee inconsce, questo sembra voler raccontare Licia Lanera, drammaturga, interprete e regista, nel suo spettacolo-performance di The black’s tales tour col musicista Qzerty Tommaso Danisi (al Franco Parenti). Un body lucido, calze nere e stivali, l’attrice, in mano incollato alla bocca, un microfono che restituisce anche un sospiro, inizia a raccontare il suo dormiveglia popolato da creature immaginarie che si concretizzano in cupe pulsioni umane.

Sangue e crudeltà per la Cenerentola dei Grimm e per le Scarpette rosse di Andersen, o per la matrigna di Biancaneve. Così tra uomini che tradiscono non sanno decidersi, cuori che esplodono, occhi cavati, piedi tagliati, ruminazioni ossessive, Lanera propone una materica e tonante interpretazione, quasi fosse una aggressiva, dirompente, bizzarra sexy fata un po’ cubista e dalle ciocche turchine, un essere ferito che non trova ancora la realtà della sua fiaba.

Una performance intensa ma un po’ facile, fumi, sciabolate di luci, andamento da video clip, splatter, la tappa iniziale di un nuovo cammino.

 


 

Licia, Babilonia: basta con le vecchie favole!

(Renzo Francabandera – paneacquaculture.net – 15/11/2017)

 

[…] Prendiamo una favola comune, come può essere Cenerentola, non a caso prima fra quelle che compongono l’excursus su alcune fiabe classiche rilette da Licia Lanera. The black’stales tour, che abbiamo visto al Franco Parenti di Milano, ha una costruzione interessante perché parte fuori dalle fiabe con un io narrante che ci parla al buio, e finisce fuori dalle fiabe stesse, partendo e arrivando su questo personaggio che si racconta e ci racconta le favole. Il percorso nell’elemento fiabesco qui rappresenta una sorta di attraversamento del travaglio esperienziale delle protagoniste femminili, per spiegarne il tormento: si parte da Cenerentola, passando poi per la Sirenetta, Biancaneve, La Regina delle Nevi.

Man mano le vicende vengono spogliate di elementi costituenti, fino ad asciugarsi al solo conflitto centrale, che in alcuni casi è il dilemma del vendicarsi dell’amore negato ne La Sirenetta, in altri è l’invidia, come nella versione di due minuti, senza nani e principe, di Biancaneve. Il principe è tipicamente, in queste riletture, l’uomo che non comprende l’amore della protagonista.

Questa curiosa deflagrazione della struttura fiabesca corrisponde scenicamente al ritorno del fuoco narrativo sulla vicenda soggettiva della protagonista, al destrutturarsi del piedistallo su cui “la Stella” poggia le sue certezze, lei dall’aspetto così aggressivo nel vestiario quasi bdsm, ma a cui viene meno il piedistallo che, sgretolandosi, compone parole che non si fermano nella loro presenza se non in un anelito all’eternità su cui però si spengono le luci. Tutto lo spettacolo è impreziosito dalla notevole rielaborazione musical-digitale del suono da parte di Tommaso Qzerty Danisi, che fra manopole, pitch di distorsione del suono, loop, effetti e tastiere, praticamente rielabora e produce in tempo reale il suono digitale, creando una colonna sonora costruita sulla vocalità stessa dell’attrice, e senza la quale questo spettacolo sicuramente perderebbe buona parte della profondità. Belle anche le luci di Martin Palma.

Uno spettacolo che torna su toni e tinte che rimandano a Due, spettacolo di alcuni anni fa, incentrato anche allora sul tema dell’amore sconfitto e riletto dalla parte della donna, che trovava nella vendetta il suo happy end. Qui “la Stella” non ci arriva.

Rimane nel bosco delle impossibilità, impedita ad un “e vissero per sempre felici e contenti”. Lo spettacolo funziona nel complesso fra testo e musica, anche se alcune note risuonano con una frequenza che finisce per spingerle verso la didascalia, specie nel finale, dal tono comprensibilmente umano e diverso, dove la protagonista con il vestito in lattice sembra quasi chiedere l’orsetto per accoccolarsi, ma forse l’introduzione del codice semiotico parola poteva essere giocato un po’ diversamente nel suo rapporto col recitato. Il fidanzamento scenico finale fra protagonista coccolona e nude lettere è un po’ distonico rispetto al codice scenico complessivo, anche nel suo volersi proprio distanziare. […]